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Nel cimitero di Casarsa

· ​Sorprese e illuminazioni di Pasolini ·

Il 2 novembre 1975 moriva assassinato Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali più complessi, dibattuti, spiazzanti del panorama culturale italiano di ogni tempo. Nella sua ultima raccolta di saggi, intitolata Puro teatro (Imola-Bologna, Cue Press, 2016. pagine 111, euro 14.99), l’attore e scrittore Sandro Lombardi ne ripercorre la figura, prendendo spunto da un suo viaggio in Friuli, al cimitero di Casarsa, dove Pasolini è sepolto. Il percorso umano e artistico di Lombardi è profondamente intrecciato alla scrittura di Pasolini, essendone rimasto inaspettatamente folgorato da ragazzo e avendone poi rappresentato sulla scena, diretto da Federico Tiezzi, numerose e «difficili» opere, non da ultima il Calderón al Teatro Argentina di Roma, nell’aprile scorso. 

Il regista bolognese

Interpellato su quella mattina di maggio, al «magro sepolcrale giardino di Casarsa», Sandro Lombardi sottolinea come, alla «luce settecentesca rosa Tiepolo, pullulante di spore e pollini primaverili faceva da contraltare in me un sentimento di perdita, di grande orfanità, per la perdita di un punto di riferimento fondamentale nelle scelte estetiche, politiche, esistenziali. E, non ultima, la sorda amarezza per quella sorta di “licenza di uccidere” che troppo a lungo era stata tollerata nel nostro paese nei confronti dei portatori di diversità sessuale». La morte di Pasolini ha rappresentato, dunque, la scomparsa dal mondo di una voce che, indipendentemente dalla condivisibilità o meno delle sue opinioni, ha parlato forte e chiaro, accompagnata da una ricerca artistica ed esistenziale coraggiosa e autentica, autobiografica.
Pasolini non risparmiava ai suoi lettori sorprese, messaggi, illuminazioni a volte addirittura urtanti. «Fu al cinema — continua Sandro Lombardi — che ancor prima di leggere Le ceneri di Gramsci, Pasolini mi riservò una di quelle esperienze che segnano per la vita. Ne ricordo con precisione il momento rivelatore: abituato alla programmazione del vecchio Cinema Dante, una stamberga vicina al fiume a Ponte a Poppi, in Casentino, tutta spaghetti-western e commedia all’italiana (oggi va di moda rivalutarla; io condivido il giudizio di Bernardo Bertolucci: una versione degradata del neo-realismo), concepivo il cinema esclusivamente come evasione, intrattenimento. E andai a vedere Edipo re immaginando qualcosa di simile ai peplum americani di argomento greco-romano. Mi resi conto che il cinema poteva essere un’arte, una vera arte; e restai stregato dall’impudenza autobiografica del prologo e dell’epilogo, che incastonavano la tragedia del mito all’interno del privatissimo nodo edipico dell’autore».
Nel silenzio del cimitero di Casarsa, Lombardi rievoca a memoria i bellissimi versi delle Ceneri di Gramsci: «Qui il silenzio della morte è fede di un civile silenzio di uomini rimasti uomini»; versi che spronano a rimanere uomini in un mondo che tende all’annullamento dei valori, che disumanizzano l’individuo, rendendolo un automa in un mero meccanismo di consumo. Secondo Sandro Lombardi, il significato di questo pasoliniano appello al «rimanere veramente uomini» consiste nel «non smettere mai di amare, nel mai consegnarsi a un amore estinto, ma nel perseverare in quel sentimento che evidentemente fonda, per Pasolini, la stessa condizione dell’umano: l’amore». Un amore come esperienza ed essenza fondativa dell’uomo, coma sua forza propulsiva, come fede nelle sue capacità di profonda e autentica autorealizzazione; un amore condensato nei famosi versi del poemetto Il pianto della scavatrice: «Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto. Dà angoscia / il vivere di un consumato / amore. L’anima non cresce più». Sicuramente nel mondo di Pasolini regna una fede, una fede laica, «nel cui termine — aggiunge Lombardi — sono contenuti molti valori della fede cristiana, assunti però esclusivamente come dati culturali, non religiosi, seppur non privi di una certa trascendenza».
A emblema di questa pienezza, nell’opus della sua intera esistenza, Pasolini sceglie Cristo. Il rapporto con questa figura è tuttora dibattuto e soggetto a diverse interpretazioni. Per Sandro Lombardi, «vedere nel Cristo di Pasolini la controfigura di un rivoluzionario più o meno correttamente marxista, sarebbe fare un torto alla sua intelligenza, nonché al magma furente della sua psiche. Nel suo film sul Vangelo c’è tutto lo sgomento di un uomo di fronte a un capolavoro. Capolavoro anche letterario: in una lettera a Livio Garzanti, Pasolini afferma che i vangeli sono letterariamente uno degli scritti più belli dell’umanità. Ma capolavoro anche esistenziale: in una lettera a Lucio Caruso del 1963, Pasolini dichiara di aver riletto ad Assisi il Vangelo, e di averlo letto «come un romanzo», di essere rimasto esaltato da questa lettura, tanto da aver concepito l’idea di farne un film. E dice testualmente: «Io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità».

di Elena Buia Rutt

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21 novembre 2018

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