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Nel bosco di pietra

Quarant’anni dopo aver lasciato Roma, dove era rimasto due anni, Goethe ancora scriveva: «Confrontando il mio stato d’animo di quando ero a Roma non sono stato da allora mai più felice perché soltanto a Roma ho potuto ritrovare me stesso. Per la prima volta, mi sono sentito in armonia con me stesso, felice, ragionevole» (conversazione con Johann-Peter Eckermann, 9 ottobre 1828).

Andrea Locatelli, «Veduta di piazza Navona»

La stessa felicità e libertà dovette provare Johann Joachim Winckelmann giungendo anni prima nella città in cui lui stesso dirà, «ho cercato di richiamare in vita la mia gioventù, che ho perduto in parte nelle preoccupazioni, e almeno morirò più felice».

La città settecentesca è ammaliante, aperta e cosmopolita, in cammino verso la modernità, crocevia d’Europa, meta e punto di incontro di artisti, collezionisti, amateurs, antiquari, letterati che giungono da tutte le parti d’Europa richiamati dal fascino antico e moderno di un’esuberante quanto grandiosa antichità classica.

La città, di nuovo caput mundi, è un “bosco di pietra”, una sorta di grande scavo archeologico da cui nasceranno le maggiori raccolte europee, epicentro di un ampio mercato avidamente controllato da conoscitori, dilettanti, negozianti e faccendieri. Per il pubblico europeo di giovani gentiluomini sempre più numeroso nella seconda metà del secolo, l’antichità ammirata e studiata diviene oggetto di desiderio da acquistare e portare con sé al ritorno in patria.

Ai pittori, in primis Pompeo Batoni, il compito di immortalare il fascinoso viaggio di formazione in terra straniera tramite raffinati ritratti animati da sfondi in cui una luminosa natura italiana si compenetra con ciò che rimane dell’antica gloria di Roma.

La compravendita di antichità e anticaglie è uso diffuso a cui fa da contraltare e mezzo per arginare la scellerata dispersione del patrimonio, la nascita delle istituzioni dedicate allo studio e alla tutela delle antichità. Tra esse spiccano l’operazione di ampliamento e rinnovamento della collezione vaticana, promosso dal binomio costituito da Papa Clemente xi Albani (1700-1721) e Francesco Bianchini, archeologo di chiara fama, e la nascita nel 1733, a opera di Clemente XII Corsini (1730-1740), del Museo capitolino, primo museo pubblico di antichità.

In cammino verso la modernità, che è poi l’essenza profonda del Settecento, la città si apre alla socializzazione che avviene nei palazzi così come nelle strade e nelle piazze, la cultura spalanca le sue porte passando dalle collezioni private ai musei aperti, ampliando l’accesso alle biblioteche, imprescindibili luoghi di aggiornamento e dibattito.

di Alessandra Rodolfo

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19 novembre 2018

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