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​Nekrošius, il poeta
degli oggetti

«Un nome che negli ultimi trent’anni ha significato vedere Čechov e Shakespeare sotto una luce nuova»; «L’unico che mi ha fatto vivere la sindrome di Stendhal per il teatro»: sono due dei tanti messaggi di cordoglio pubblicati sui social alla notizia della morte di Eimuntas Nekrošius, che avrebbe compiuto 66 anni il 21 novembre. Il regista lituano stava lavorando a un Edipo a Colono da mettere in scena nella prossima edizione del Napoli Teatro Festival. Molto amato in Italia (dove ha ricevuto per quattro volte il Premio Ubu) era noto e apprezzato in tutto il mondo per la geniale, visionaria semplicità dei suoi allestimenti, basati spesso su oggetti di scena “poveri” ma altamente simbolici, come il celeberrimo lampadario di ghiaccio che si scioglie in scena in Amleto, le sedie su cui i personaggi corrono in Otello, in cerca di una via di fuga, le camicie bianche crocifisse nel dramma scozzese. Nella poetica di Nekrošius un semplice specchio può diventare prigione o strumento di tortura: la pena eterna delle anime dannate, nella sua bellissima traduzione teatrale della Commedia di Dante, è rimbalzare continuamente contro la propria immagine riflessa. Le anime salve, invece tengono in mano piccole gabbiette bianche aperte, simbolo ormai inoffensivo della prigione del proprio io da cui non si lasciano più bloccare.

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10 dicembre 2019

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