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Un ritratto
non una fotografia

· Nei mosaici del santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia ·

«Un’opera d’arte — ripete spesso padre Marko Rupnik parlando del suo lavoro — può suscitare la meraviglia e l’ammirazione, ma l’arte che entra nello spazio liturgico deve suscitare venerazione più che esprimere la soggettività dell’artista. Quella venerazione che il semplice fedele esprime con il segno della croce, con la genuflessione, con la preghiera». Il lavoro di squadra è un buon antidoto contro la tendenza a scivolare nel culto della personalità — favorita dalla mistica romantica dell’artista, ancora viva e vegeta nell’immaginario occidentale, nonostante l’Ottocento sia sempre più lontano — e un ottimo allenamento a quella pedagogia comunitaria che, sola, è capace di trasforma in esperienza concreta gli insegnamenti del Vangelo. 

L’adorazione dei Magi  nella cappella laterale del Battistero

Per questo non è irrilevante sottolineare come i mosaici del santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia siano stati realizzati da un gruppo internazionale di artisti del Centro Aletti, sotto la direzione di padre Marko, ovviamente, ma in modo “plurale”, sinfonico. Non si tratta solo di una notizia di cronaca, ma di una importante, decisiva questione di metodo. Il Centro Studi Ezio Aletti del Pontificio Istituto Orientale di Roma è stato fondato proprio da Giovanni Paolo ii nel 1993 come laboratorio di unità vissuta e luogo di scambio teologico e artistico tra le tradizioni cristiane dell’est e dell’ovest; vivere insieme — notava Papa Wojtyła — il conoscersi, approfondire insieme tematiche comuni è una via regale nella ricerca di una più profonda comunione fra le Chiese. Da questa esperienza di comunione e di una visione condivisa della vita cristiana sono fiorite attività intellettuali, pastorali e artistiche.

La creazione di mosaici, per i quali il Centro Aletti è ormai conosciuto in tutto il mondo, è iniziata con la decorazione, nel 1999, della cappella Redemptoris Mater, nel Palazzo apostolico vaticano. Il gruppo ha poi proseguito con la creazione di mosaici in più di centoquaranta chiese e luoghi di pellegrinaggio in tutto il mondo, due dei quali sono stati dedicati a san Giovanni Paolo ii: il Saint John Paul II National Shrine a Washington e il santuario di Cracovia.

Nel caso del tempio polacco si è scelto di raffigurare Karol Wojtyła in chiave teologica. Invece di soffermarsi alla sola raffigurazione biografica in modo didascalico, gli artisti hanno scelto di raffigurare la sua vita attraverso le scene bibliche che alludono alla Parola realizzata nella sua vita, e lasciano intravedere quanto nella sua esistenza abbia fatto trasparire il mistero di Dio. La composizione del volto di san Giovanni Paolo ii non è stata semplice, si legge nel testo fornito dal Centro Aletti per aiutare a capire più in profondità i criteri che hanno guidato la progettazione e la realizzazione dell’opera.

«Seguendo quanto sappiamo dai Vangeli — spiegano i mosaicisti — in cui Cristo dopo la risurrezione non è stato riconosciuto dai suoi tratti individuali, l’arte liturgica non dovrebbe cercare la somiglianza fotografica dei volti. In questo senso è più difficile disegnare un santo contemporaneo, del quale conosciamo i lineamenti tanto bene dalle fotografie, rispetto a un santo vissuto molti secoli fa. Secondo la tradizione iconografica, infatti, il santo dovrebbe somigliare non solo a se stesso, ma a Cristo, e agli altri santi». In questo caso la fronte alta e la conformazione del viso hanno portato ad avvicinare Karol Wojtyła a Gregorio Nazianzeno, grande teologo, poeta e pastore. Per non rischiare di dipingere solo i tratti individuali, gli artisti si sono rifatti a un linguaggio artistico-liturgico già conosciuto dalla Chiesa del primo millennio, dove la rappresentazione simbolica della gloria era unita al volto della persona. Gli occhi sono grandi perché esprimono lo sguardo che è assolutamente personale: lo spazio d’incontro, in cui si crea la comunione. Il naso allungato, che sottolinea la dimensione verticale della persona, insieme alla bocca piccola, che esprime la riduzione al minimo della passionalità, vogliono mostrare il passaggio dal terrestre al celeste, per mezzo di una trasfigurazione spirituale.Semplice e struggente è la deposizione dalla croce, nella cappella laterale del Battistero. In una posizione simile a quella di una partoriente, Maria accoglie Cristo per farlo riposare ancora una volta sul suo seno; dove Gesù tante volte ha dormito il sonno dell’infanzia, ora dorme il sonno della morte. Altrettanto semplice ed efficace è la meditazione sul male nel mosaico indicato come «l’esorcismo sulla natura» (Marco, 4, 35-41; 6, 45-61). Giovanni Paolo ii ha avuto una profonda visione teologica della custodia del creato, denunciando i disastri provocati da un possesso egoista dei beni della terra; nell’interpretazione degli allievi di padre Rupnik, il male è come un turbine di vento: di per sé inconsistente, ma potente quando riesce a coinvolgere la materia nel suo moto vorticoso.

Nella cappella della liberazione della nazione polacca, invece, l’allegoria del male cita le immagini tipiche dell’Apocalisse. «La scena centrale — spiegano gli artisti del Centro Aletti — rappresenta il cardinale Stefan Wyszyński e padre Jerzy Popiełuszko in dèesis, o atteggiamento di intercessione, davanti al trono dell’Apocalisse (con il libro-Verbo e la colomba-Spirito). Indicano che la vera liberazione appartiene all’èschaton, al Regno celeste. Accanto vediamo un’altra scena apocalittica, quella dello stagno di fuoco e zolfo, nel quale vengono finalmente gettati la bestia con sette teste e dieci corna, il falso profeta e il diavolo. In questo drammatico passaggio pasquale, il male viene sconfitto, proprio come i giovani sono passati illesi attraverso la fornace ardente».

Al posto dei tre giovani, in questo caso, c’è una famiglia polacca avvolta nella bandiera nazionale. E al posto dell’angelo si può vedere san Giovanni Paolo II nelle vesti sacerdotali, a indicare la difesa attraverso il magistero, la cura del pastore per il gregge e la preghiera liturgica.

di Silvia Guidi

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23 maggio 2019

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