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Nei labirinti dell’amicizia femminile

· Libri ·

«Si scostò dagli occhi i capelli bagnati che le impedivano di vedere, rischiava di inciampare. Ma Vera l’avrebbe aiutata. Vera non si era mai arresa. Aveva lottato per 15 anni prima di… prima di quell’incidente»: è una delle scene chiave del romanzo di Elizabeth von Arnim in libreria in questi giorni nella nuova traduzione di Sabina Terziani per Fazi. Uscito per la prima volta nel 1921 e considerato il capolavoro della scrittrice inglese, Vera ha per protagonista la giovanissima Lucy che a pochi mesi dalla morte dell’amato padre sposa il quarantenne Everard Wemyss, neo vedovo. Ma le apparenze ingannano e le prime crepe si rivelano già in viaggio di nozze: colui che sembrava il salvatore solido e premuroso si rivela — attraverso uno svelamento costruito con grande maestria da von Armin — carnefice. Everard è un uomo incapace di dialogo («C’è un solo modo di guardare una cosa, ed è il modo giusto» ripeteva), che parla per domande retoriche, non ammette la complessità e i chiaroscuri («divideva tutto in due categorie: bianco immacolato e nero pece»), compra libri costosi solo per metterli in vetrina. Gli fanno da contraltare le donne del romanzo. Miss Entwhistle, zia della protagonista, l’apparente vecchietta insignificante la cui colpa sarà quella di rivelarsi «un individuo reale e autonomo (…) che si faceva valere»; Lucy, talmente ingenua e imbelle da risultare inizialmente fastidiosa, capace invece di dare forma e collocazione alla violenza psicologica strisciante di cui è vittima; e infine Vera. Diciassette anni prima l’uscita del più celebre Rebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier, è infatti la precedente consorte di Everard il vero motore del romanzo. In un crescendo di amicizia e forza femminile a partire dal ritratto della defunta che la giovane trova appeso alle pareti della villa, Vera si svelerà piano piano a Lucy. «Nella sua mente, era una donna svagata e non molto intelligente, anzi di una stupidità pericolosa che la portava a essere testarda, a fare cose sciocche (…). La Vera del ritratto però aveva un’aria intelligente. Quelli non erano occhi da stupida». Da quando riuscirà a intravedere una Vera diversa da quella che risulta dalle parole del marito, Lucy sarà infatti in grado di acquisire consapevolezza su ciò che le sta accadendo. Che non è conseguenza delle sue mancanze, ma piuttosto espressione di una mente violenta e pericolosa.

Romanzo di un’attualità sconcertante, Vera è costruito sapientemente, con quel timbro narrativo — curato e leggero, cupo ma ironico — che segna le pagine di von Armin. Pagine anche autobiografiche: questo testo, infatti, fu scritto dopo il disastroso matrimonio con il duca Russell, fratello maggiore del noto filosofo. Che Elizabeth von Arnim non esitò a lasciare.

di Silvia Gusmano

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18 novembre 2019

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