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Negli Stati Uniti a rischio cento istituti bancari

· Gli aiuti statali insufficienti a evitare il peggioramento della situazione finanziaria ·

Gli aiuti ricevuti dall'Amministrazione non sono stati sufficienti: circa cento banche negli  Stati Uniti, istituti di piccole dimensioni già salvati nel 2008, mostrano segnali di possibile fallimento. L'enorme voragine di debiti che ha provocato la grande crisi esplosa nel 2008 non si è ancora chiusa.

A denunciarlo è il «Wall Street Journal», sottolineando come il numero delle banche americane in difficoltà sia aumentato rispetto al secondo trimestre dell'anno, quando solo 86 mostravano indicazioni in tale senso. L’aumento — aggiunge il quotidiano — è imputabile alla crescente erosione dei livelli di capitale. «Capiamo e ammettiamo che alcune fra le banche più piccole sono in difficolta» ha spiegato David Miller, il chief investment officer del dipartimento del Tesoro. A Miller fa capo la gestione del piano salva banche da 700 miliardi di dollari, il Tar p ( Troubled  Asset Relief Program ), attraverso il quale le 98 banche a rischio fallimento hanno ricevuto 4,2 miliardi di dollari di aiuti.

Ed è proprio sul funzionamento del Tarp che molti puntano il dito. Quando fu creato, nell'ottobre 2008, dall'allora segretario al Tesoro, Henri Paulson, il fondo prevedeva il salvataggio delle banche, delle compagnie di assicurazione e delle case automobilistiche in grado di fornire adeguate garanzie per il futuro. Tuttavia, la regola è stata rispettata solo in parte: molti degli istituti e delle aziende che hanno fatto ricorso al Tarp hanno visto peggiorare la loro condizione finanziaria, mettendo seriamente a rischio l'intero meccanismo del piano.

Fra gli istituti che hanno ricevuto aiuti pubblici sette sono già falliti. «Le banche più piccole che hanno ricevuto  aiuti dal Tarp sono in difficoltà rispetto alle banche più grandi perché non hanno potuto accedere ad altro genere di aiuti rispetto agli istituti più grandi» osserva il «Wall Street Journal». Bank of America e Citigroup — spiega il giornale — hanno invece attinto fondi dai vari programmi della Federal Reserve e hanno i bilanci in regola. Sei istituti finanziari — riferisce il dipartimento del Tesoro — hanno già rimborsato gli aiuti ricevuti dal Governo per 2,7 miliardi di dollari. Il «Financial Times» riporta che La Term Auction Facility (Taf), uno dei programmi avviato dalla Fed per aumentare la liquidità sui mercati, è stata utilizzata anche da alcune delle banche più in salute al mondo, con oltre la metà dei soldi stanziati  che sono andati a banche straniere, non americane.

La Taf è stata creata nel dicembre 2007 e  consentiva alla banche commerciali di accedere a finanziamenti da 28 e 84 giorni. Nell’agosto 2008, a pochi mesi dallo scoppio della crisi, con il simbolico fallimento di Lehman Brothers, è stata concessa liquidità  anche a tre mesi. Il programma era aperto a tutte le banche con  accesso alla finestra del tasso di sconto. Le aste a tasso fisso erano destinate a sostenere la liquidità sui mercati.

L’olandese Rabobank e la canadese Toronto-Dominion hanno ricevuto complessivamente venti miliardi di dollari dal Taf. L’amministratore delegato di TD Bank, Ed Clark, spiega al  «Financial Times» che il ricorso al Taf era logico, anche se la banca non ha mai sofferto di problemi di liquidità. Clark  afferma che le autorità incoraggiavano anche le banche in  salute ad accedere al Taf così da non mettere da parte le controparti più deboli. Fra le banche straniere che hanno avuto  accesso al programma della Fed — secondo quanto riporta il «Financial Times» — ci sono anche le coreane Hana Bank, Korea Development Bank, Industrial Bank of Korea e Shinhan Bank.

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