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Neanch’io ti condanno

· ​L’incontro tra Gesù e la donna sorpresa in adulterio ·

Il brano che narra l’incontro di Gesù con la donna sorpresa in adulterio (Giovanni 8, 1-11) ha conosciuto una sorte particolarissima, che attesta il suo carattere “scandaloso”: è assente nei manoscritti più antichi, è ignorato dai padri latini fino al IV secolo e non è commentato dai padri greci del primo millennio. Al termine di un lungo migrare è stato inserito nel vangelo secondo Giovanni, mediante un collegamento con l’affermazione di Gesù: «Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno» (Giovanni 8, 15).

Una  scena dal film «Gesù di Nazareth» di Franco Zeffirelli (1977)

Mentre Gesù, seduto nel tempio, annuncia la Parola, «scribi e farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio», per «metterlo alla prova». Spesso i vangeli annotano che gli avversari di Gesù tentano di metterlo in contraddizione con la Legge, per poterlo accusare di bestemmia. Ma questa volta il tranello non riguarda interpretazioni della Legge, bensì una donna — o meglio, quella che è “usata” come un caso giuridico — sorpresa in adulterio e trascinata con la forza davanti a lui da quanti vigilano sull’altrui compimento della Torah invece che sul proprio. Fatta irruzione nell’uditorio di Gesù, questi uomini religiosi collocano la donna in mezzo a tutti e si affrettano a dichiarare: «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa». La loro dichiarazione sembra ineccepibile, ma in realtà è parziale: la Legge, infatti, prevede la pena di morte per entrambi gli adulteri (cfr. Levitico 20, 10 e Deuteronomio 22, 22) e attesta la stessa pena, mediante lapidazione, per un uomo e una donna fidanzata caduti in adulterio (cfr. Deuteronomio 22, 23-24). Ma dov’è qui l’uomo?

La durezza della pena prevista si spiega con il fatto che l’adulterio è una smentita della promessa creazionale di Dio e una grave ferita all’alleanza stipulata dalla coppia umana (cfr. Malachia 2, 14-16). Ecco dunque che i gelosi custodi della Legge, irreprensibili in apparenza e ritenuti dalla gente “uomini religiosi” per la loro visibilità ostentata (cfr. Matteo 23, 5), chiedono a Gesù: «Tu che ne dici?». Tale domanda mira a coglierlo in contraddizione: se Gesù non conferma la condanna e non approva l’esecuzione, può essere accusato di trasgredire la Legge di Dio; se, al contrario, decide a favore della Legge, perché accoglie i peccatori e mangia con loro (cfr. Marco 2, 15-16 e par. Luca 15, 1-2)? Perché annuncia la misericordia? Quel «Che ne dici?» significa: «Tu che predichi il perdono di Dio, che dici di essere venuto a chiamare i peccatori e non i giusti (cfr. Marco 2, 17 e passi paralleli), che rispetto hai della Legge?».

Sostiamo su questa scena. Alcuni hanno portato a Gesù una donna, perché sia condannata. Discepoli e ascoltatori sono distanti: qui c’è solo Gesù di fronte a questi uomini religiosi — giudici ingiusti, nemici — e, in mezzo, una donna in piedi, nell’infamia. Non c’è spazio per considerare la sua storia, i suoi sentimenti: per i suoi accusatori ella non ha solo commesso il peccato di adulterio, è un’adultera, tutta intera definita dal suo peccato.

Gesù si alza e non risponde direttamente, ma fa un’affermazione che è anche una domanda: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

Solo quando tutti se ne sono andati, allora Gesù si alza in piedi e sta di fronte alla donna, finalmente restituita alla sua identità di essere umano, nel faccia a faccia con lui. È la fine di un incubo, perché i suoi lapidatori si sono dileguati e perché chi doveva giudicarla ora sta in piedi, come colui che assolve. Adesso è possibile l’incontro parlato, che si apre con l’appellativo rivoltole da Gesù, “donna”, lo stesso riservato a sua madre (Giovanni 2, 4), alla samaritana (ibidem 4, 21), alla Maddalena (20, 15). Rivolgendosi a lei in questo modo, Gesù la fa risaltare per quella che è: non una peccatrice, ma una donna, restituita alla sua dignità. A lei Gesù domanda: «Dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella, rispondendo: «Nessuno, Signore (kýrie)», fa una grande confessione di fede. Colui che si trova di fronte a lei è più di un semplice maestro, «è il Signore» (Giovanni 21, 7)!

Infine, Gesù si congeda con un’affermazione straordinaria, gratuita e unilaterale: «Neanch’io ti condanno. Va’ e non peccare più». Il testo non è interessato ai sentimenti della donna ma rivela che, quando è avvenuto l’incontro tra la santità di Gesù e il peccato di questa donna, allora «rimasero solo loro due, la misera e la misericordia» (Agostino). Ecco la gratuità di quell’assoluzione: Gesù non condanna, perché Dio non condanna, ma con il suo atto di misericordia preveniente le offre la possibilità di cambiare.

E si faccia attenzione: non viene detto che ella cambiò vita, si convertì, né che divenne discepola di Gesù. Sappiamo solo che, affinché tornasse a vivere, Dio l’ha perdonata attraverso Gesù e l’ha inviata verso la libertà: «Va’ verso te stessa e non peccare più»… Chiamato a scegliere tra la Legge e la misericordia, Gesù sceglie la misericordia senza contraddire la Legge. Quest’ultima è essenziale quale rivelazione della vocazione umana che Dio ci rivolge; ma una volta che il peccato ha infranto la Legge, a Dio resta solo la misericordia, ci insegna Gesù! Nessuna condanna, solo misericordia: qui sta la grandezza e l’unicità di Gesù. Infatti, ogni volta che egli ha incontrato un peccatore lo ha assolto dai suoi peccati e non ha mai praticato una giustizia punitiva. Ha anche pronunciato i «Guai!» in vista del giudizio, ma non ha mai castigato nessuno, perché sapeva ben distinguere tra la condanna del peccato e la misericordia verso il peccatore.

di Enzo Bianchi

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20 ottobre 2019

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