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Né scrupoli né malinconia

· ​Filippo Neri con gli occhi di Rosmini ·

Antoine Lafréry «Le sette chiese di Roma» (1575)

Si chiude giovedì 26 con la solenne celebrazione presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, nella chiesa romana di Santa Maria in Vallicella, il quinto centenario della nascita dell’apostolo di Roma, il fiorentino Filippo Neri, diventato romano senza perdere le caratteristiche della sua fiorentinità. Lo ricordiamo oggi con lo sguardo di stima e di affettuosa venerazione che ebbe per lui il beato Antonio Rosmini. «O amabil Filippo, se a te mi rivolgo, sì basso e da nulla come io sono, in te ritrovo nulla di meno che me stesso», scrisse in un’opera giovanile — Lo spirito di san Filippo Neri — composta nel 1818, ma che l’autore continuò a rimaneggiare fino all’edizione definitiva del 1843.

Sulla scia della Vita di san Filippo di Pietro Giacomo Bacci, l’opera del Rosmini mette in evidenza le fondamentali caratteristiche del Neri: l’ascetica personale e lo spirito di orazione, l’atteggiamento contemplativo e l’attivo esercizio della carità, l’umiltà e il sapiente distacco dai beni materiali, con una speciale sottolineatura ovvero la dolcezza che dal cuore infiammato di Filippo si espandeva, la “spiritualità della dolcezza”, rilevata dal letterato oratoriano Antonio Cesari, amico del Rosmini. «Filippo — scrive il giovane Rosmini — ama l’età nostra, la giovialità e il sollazzo, ama le amicizie, le strette unioni degli animi, ci santifica queste nostre amicizie, ce le rende costanti e perfette»: per «una religione che tiri dietro a sé gli uomini», che sia «di viso leggiadro e amabile alla natura umana».

di Edoardo Aldo Cerrato

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19 marzo 2019

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