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Nazionalismo e dialogo tra i popoli

· La prima guerra mondiale sulle riviste dei gesuiti ·

Soldati britanni al fronte

Come potrebbe avvenire una riconciliazione dopo i traumi della guerra, senza mettere sullo stesso piano la giustizia e l’ingiustizia o senza, per convenienza, suddividere la responsabilità equamente tra le parti? Si deve partire dalla croce di Cristo, che insegna a guardare in faccia i peggiori crimini e a chiamare ingiustizia l’ingiustizia evitando, nello stesso tempo, di cadere nel vortice dell’odio. 

L’interrogativo e la successiva risposta aprono il saggio di Klaus Schatz, in uscita sul numero di agosto-settembre 2018 della «Civiltà Cattolica», dedicato al modo in cui le riviste dei gesuiti hanno dibattuto il tema della prima guerra mondiale tra nazionalismo e dialogo tra i popoli.
L’autore richiama la riflessione di Jules Lebreton, che in un articolo sulla rivista dei gesuiti francesi «Études» sosteneva che né la disperazione riguardo all’unità e alla comprensione tra i popoli né la diserzione sono una risposta valida al tentativo di ricomporre ciò che un conflitto ha diviso e frantumato. Per i cattolici di entrambi i fronti, quello tedesco e quello francese, lo scoppio della guerra mondiale non era stato affatto l’ultima conseguenza di un distacco decennale, scrive Schatz: fu piuttosto avvertito come «la dolorosa distruzione di una solidarietà internazionale».
La Germania non è solo la Germania di «Lutero e Bismarck», rilevava Lebreton sottolineando che adesso «ci divide un muro di ferro e fuoco: non possiamo farci comprendere dai cattolici al di là del Reno, e sappiamo che la maggior parte di loro non ha alcuna possibilità di conoscere la verità sulla guerra, sulle sue cause e sulle modalità della sua conduzione».
Ma un giorno, continuava Lebreton, i cattolici tedeschi riscopriranno la loro unione con i cattolici della Francia e del Belgio. In quel girono apprezzeranno ancora di più il fatto che è stata opposta resistenza all’aggressione partita dal loro paese. «Che allora, come nel luglio dello scorso anno, — auspicava Lebreton — possiamo ritrovarci a Lourdes, ai piedi della Madre comune, nel’adorazione dello stesso Dio, nella comunione della stessa ostia!».
Fino alla seconda metà del 1915 — ricorda l’autore del saggio — la rivista tedesca «Stimmen der Zeit» si fece trasportare dall’entusiasmo nazionale per la guerra. Per Peter Lippert, questo entusiasmo costituisce il superamento dell’egoismo dell’egoismo piccolo borghese, mentre Robert von Rostitz-Rieneck mostra di essere affascinato dall’«elevazione dell’animo del popolo» che ha portato allo scoppio della guerra. Anche se viene condannato l’odio per i nemici — osserva Schatz — ciò avviene, quasi senza eccezione, facendo appello al migliore sentimento nazionale, al «vero tedesco per bene», il cui onore altrimenti verrebbe macchiato dai crimini di guerra: che in genere si vedono commessi dal nemico.
Se «Stimmen der Zeit» ed «Études» erano, ciascuna suo modo, portavoci del cattolicesimo nazionale dei rispettivi paesi, la rivista italiana dei gesuiti, «La Civiltà Cattolica», si distingue — scrive Schatz — per una rigida imparzialità e per la conseguente distanza da ogni nazionalismo. La rivista italiana si mantiene coerentemente lontana da ogni forma purificatrice della guerra o anche dalla tesi che al conflitto attribuirebbe la responsabilità di uno stimolo religioso: posizioni dalle quali, all’inizio, non sono esenti né «Stimmen der Zeit» né «Études». Dal canto suo «La Civiltà Cattolica» si mostra molto scettica nei confronti del possibile «risveglio religioso» che la guerra avrebbe procurato: si pone, invece, sulla linea di quanto detto da Benedetto xv, per il quale la guerra è un’inutile «strage» e un «suicidio» per l’Europa.
Schatz sottolinea poi che riguardo alla tanto dibattuta questione della «colpa della guerra», ridurre tutto alla domanda «Chi ha iniziato?» non porta da nessuna parte. Il vero colpevole, invece, è la moderna «statolatria», l’assolutizzazione dello Stato e la dissoluzione di ogni suo vincolo trascendente e morale, di cui si sono rese responsabili, ciascuna a suo modo, tutte le parti in guerra.
Enrico Rosa, direttore della «Civiltà Cattolica» a partire dal 1915, scriveva che «nel Papa, e nel Papa solo, è il principio internazionale di moralità, di giustizia, di ordine e di pace, che il mondo cerca al presente, e cerca invano fuori del Papa, per sottrarsi agli immani orrori e della imperversante e della minacciante barbarie». In questo senso — sottolinea Schatz — è chiara la presa di distanza nei confronti non solo del liberalismo tradizionale, del socialismo e del nuovo nazionalismo, ma anche di ogni forma secolare di pacifismo o internazionalismo. Se da un lato, afferma Schatz, l’imputato principale non è una determinata nazione, bensì l’emancipazione della modernità da Dio, dall’altro neanche le simpatie e le antipatie sono distribuite equamente tra le parti in conflitto, ma in modo trasversale. Così è certo che, se l’invasione tedesca del Belgio è «un torto non giustificato da nessuna considerazione utilitaristica», lo stesso vale anche, nel 1917, per la guerra sottomarina tedesca e per l’embargo britannico, che arreca «sofferenze infinite» alla popolazione tedesca. Nè la Germania né la Russia godono di una particolare simpatia, e ancora meno l’Inghilterra, che antepone a tutto i propri interessi commerciali: la vittoria del militarismo tedesco e quella del mercantilismo britannico, sono. per Rosa ugualmente esecrabili.
Ma il direttore della «Civiltà Cattolica» non risparmiò critiche neppure alle motivazioni del governo italiano, che si era lasciato indurre a entrare in guerra a fianco dell’Intesa dall’ondata nazionalistica provocata soprattutto dall’«eccentrico» poeta Gabriele d’Annunzio.

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