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Nascosti sotto la cupola

· Storie di rifugiati ebrei nel rione Monti ·

La chiesa di Santa Maria ai Monti

«“Albergò all’ombra di queste volte” è la scritta vergata e firmata da Ada Sermoneta sui muri della soffitta della chiesa, accanto a un disegno che assomiglia a una challah, e altre scritte, disegni di volti, figure tracciate da mani infantili». È pieno di testimonianze inedite e sorprendenti l’articolo di Viviana Kasam pubblicato sull’ultimo numero di «Pagine Ebraiche», dal titolo significativo: Roma 1943, il parroco del coraggio. La challah è una treccia di pasta lievitata, un pane dolce tradizionalmente usato per celebrare lo shabbat ebraico. Ada Sermoneta è una delle tante persone scampate alla deportazione.

«Negli anni Trenta nel rione Monti — scrive Viviana Kasam — forse a causa dei piani urbanistici del fascismo che stravolsero l’economia del quartiere con la costruzione della via dell’impero, erano rimaste una quindicina di famiglie ebraiche in ottimi rapporti con il quartiere e anche con la parrocchia. Tanto che quando nel 1943 cominciarono i rastrellamenti la maggior parte trovarono asilo nelle case religiose e nei conventi circostanti, e anche nel cupolone della chiesa di Santa Maria ai Monti, o per meglio dire nei locali che si sviluppano tra la volta e il tetto, situati in corrispondenza del transetto adiacente il tamburo della cupola, dove rimangono alcuni disegni tracciati sui muri dai rifugiati».

Questa pagina poco conosciuta della storia della presenza ebraica a Roma è stata pazientemente ricostruita dal parroco di Madonna ai Monti tra il 2001 e il 2010, don Federico Corrubolo. E adesso viene custodita e arricchita con nuove storie e nuove testimonianze dall’attuale parroco, don Francesco Pesce. «Bisognerebbe che queste testimonianze fossero preservate. Si dovrebbe farne un museo» osserva don Federico. Si calcola che gli ebrei salvati nel rione a opera di famiglie ed enti cristiani della zona — non ancora censiti da altre fonti — siano oltre cento.

Particolamente commovente la storia delle famiglie Di Veroli e Mangino, legate da un forte legame di amicizia. «Un giorno — racconta Amedeo Mangino — Esterina correva, un tedesco le correva dietro; mia madre Maria la prese in braccio e disse “Questa è mia figlia”. I tedeschi pensavano che la mamma fosse ebrea; qualcuno lì vicino disse “No, la signora è cattolica”». Per conferma, Maria fece vedere il ciondolo con la Madonna che aveva al collo.

La signora Mangino aiutò poi la sua amica Regina Di Veroli e tutta la sua famiglia a nascondersi nel convento di via degli Ibernesi. Le sue figlie erano terrorizzate dal pericolo che stavano correndo per aiutare i loro amici, ma la madre le rassicurava ogni giorno: «Non vi preoccupate. Come il Signore adesso sta aiutando loro attraverso di noi, a suo tempo, se ci sarà bisogno, aiuterà anche noi».

di Silvia Guidi

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27 gennaio 2020

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