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Narrava la Shoah in modo nuovo

· Un ricordo di Hans Keilson ·

Ebreo, nato a Berlino nel 1909, Hans Keilson è morto pochi giorni fa in Olanda, all’età di centouno anni. In Italia, è conosciuto solo per la traduzione di uno dei suoi libri, La morte dell’avversario , uscito nell’aprile di quest’anno (Milano, Mondadori, pagine 261, euro 19). Un romanzo pubblicato per la prima volta in Germania nel 1947 e in traduzione inglese nel 1962, senza tuttavia ottenere un grande attenzione da parte della critica, ripubblicato negli Stati Uniti nel 2010, quando il suo autore compiva cento anni, questa volta con un grande successo di critica e di pubblico.

Laureatosi in farmacologia a Berlino e rifugiatosi in Olanda nel 1936, lasciando a Berlino i genitori che furono poi entrambi deportati ad Auschwitz, Keilson riuscì a sopravvivere alla guerra nascondendosi sotto una falsa identità e collaborando attivamente con la Resistenza olandese. Dopo la guerra, specializzatosi in psichiatria e psicoanalisi, si occupò dei traumi dei bambini rimasti orfani. Scrisse, oltre a numerosi saggi scientifici, opere narrative tanto in tedesco che in olandese. Un altro suo romanzo, ugualmente scritto in tedesco, è stato tradotto nel 2010 negli Stati Uniti, Comedy in a Minor Key , anch’esso con grande successo.

La morte dell’avversario è un libro straordinario e assolutamente anomalo nel panorama degli scritti nati intorno alla Shoah. Composto sotto forma di un lungo monologo, interrotto solo raramente da alcuni dialoghi, il romanzo si avvale dell’artificio letterario di presentarsi sotto forma di appunti, affidati dall’autore a un non ebreo per sottrarli alla Shoah. In realtà, il romanzo della Shoah non parla proprio, situandosi fra l’inizio della carriera politica di Hitler e della diffusione dell’antisemitismo nazista, quando il protagonista non è che un bambino, fino alle soglie della tragedia, dopo la presa del potere di Hitler. Solo presagite, anche se sempre presenti nell’immaginazione e nelle paure, sono la Shoah e la deportazione, che assume realtà solo in una scena, quella autobiografica della deportazione dei genitori per Auschwitz: due vecchi, il padre con uno zaino sulle spalle, la madre che piange. Il nome di Hitler non viene mai fatto, sostituito dall’iniziale B., come non vengono mai nominati gli ebrei.

Le figure che gravitano intorno al protagonista sono figure tipiche della Germania nazista e antisemita, dai bambini della scuola che lo isolano e non gli consentono di partecipare ai loro giochi, all’amico carissimo che si rivela favorevole al nazismo, alla ragazza che il protagonista corteggia blandamente e che si rivela a sua volta, nella maniera più drammatica, una nazista accesa e perversa. Dall’altra parte, gli ebrei, quelli che il protagonista definisce come persone che si trovano nella sua stessa situazione, che tentano invano di convincerlo a reagire, a unirsi alla loro comunità di perseguitati, a resistere.

La figura veramente straordinaria e fuori dal comune è quella del protagonista, che osserva la diffusione e l’ascesa del nazismo senza mai rinunciare a capire le ragioni del nemico, che si immagina nelle sue fantasie solitarie di pacificarsi con B., di tirarlo dalla sua parte, che ne è in qualche modo attratto, sempre in quanto nemico, che ne attende la morte. Che pensa che il nemico gli sia necessario come lui è necessario al nemico. Questa irenica attenzione alle ragioni del nemico è stata interpretata da molti lettori come una fascinazione, come un’adesione alle ragioni dell’altro. E lo stesso autore fa balenare questa interpretazione nelle parole dei suoi personaggi, mettendola soprattutto sulla bocca di Wolf, il compagno ebreo che non arriva a comprendere le sue ragioni e che lo avverte che la sua comprensione rischia di essere interpretata come simpatia, come immedesimazione. Ma non c’è tradimento alcuno in tutto questo, il conflitto fra l’una e l’altra visione del nemico è di natura essenzialmente etica, e riguarda la risposta da dare al Male, anche quando si tratta del Male assoluto. Infatti, dopo aver rinunciato ad immaginarsi di poter convincere B. delle sue ragioni, il protagonista rifiuta di accettarne la logica. In una terribile scena, il protagonista, che non è riconosciuto come ebreo, ascolta gli amici della ragazza che raccontano di aver devastato un cimitero ebraico, di averne scoperchiato le tombe.

Il Male è male, e come tale viene raccontato, con pacatezza, ma senza debolezze. In una scena in cui B. sfila in macchina davanti al protagonista, in cui i due sono vicinissimi e per un attimo il loro sguardo si incrocia, il «gioco ingannevole della fantasia» si rompe e il protagonista deplora la sua passività, rimpiangendo di essersi lasciato sfuggire questa occasione di uccidere l’avversario.

È, forse, una chiave d’interpretazione della trasformazione in atto del rapporto tra il bene e il male, tra la vittima e il colpevole. Ne troviamo conferma nel racconto, fatto dopo la guerra, della morte del protagonista. Membro della Resistenza olandese, il protagonista viene tradito da un’indiscrezione e assassinato per strada. Ma prima di morire, estrae la pistola che porta sempre con sé e uccide il suo assassino. Riuscendo così a sparare e a mettere a segno il suo colpo.

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17 settembre 2019

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