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Muto e senza colori nell’epoca del 3D

· «The Artist» di Michel Hazanavicius ·

Scommessa vinta per un film che si candida all’Oscar

Al bianco e nero al cinema in qualche modo siamo abituati. In tv vecchi film passano ancora e alcuni cineasti non disdegnano talvolta di cimentarsi ancora con questo linguaggio vintage e decisamente affascinante. Ma al muto, diciamo la verità, proprio non siamo avvezzi. Certo ricordiamo Charlie Chaplin, magari Fritz Lang, ma oggi, in tempi di computer grafica e 3d, scommettere su un film in bianco e nero e persino muto potrebbe apparire una follia.

Eppure il giovane regista francese Michel Hazanavicius ha osato sfidare con coraggio tempi e mode, e con il suo The Artist ha vinto la scommessa realizzando un’opera eccellente, di grande fascino, la vera rivelazione del festival di Cannes. E ha dimostrato che anche linguaggi e stili narrativi non più frequentati da oltre ottant’anni posseggono una forza espressiva che non teme il confronto con le meraviglie di oggi. Occorrono però talento e creatività, merce sempre più rara.

La storia non poteva che essere ambientata in quella Hollywood dei primi grandi studios destinata a diventare la fabbrica dei sogni. È il 1927 e George Valentin è una star del cinema muto. Coccolato da produttori e registi, osannato dal pubblico, si trova di colpo a dover affrontare il proprio declino artistico per l’avvento del sonoro che egli rifiuta ostinatamente di abbracciare. Al contrario, Peppy Miller, una giovane comparsa che deve proprio a Valentin l’ingresso nel mondo del cinema, diventa in breve tempo una diva del nuovo corso. Il rapporto tra i due sarà tormentato da fama e orgoglio; un amore difficile nel dorato ma effimero universo della celluloide. Però sarà proprio quel mondo intriso di contraddizioni a offrire loro una strada.

Con questo film — raffinato melodramma in stile classico, girato nell’originale formato del muto, con schermo quasi quadrato, e in ambienti d’epoca per rendere ulteriormente l’atmosfera retrò — Hazanavicius rende omaggio alla settima arte. Qui è il cinema che diventa protagonista e si racconta nella sua inarrestabile ascesa.

E non mancano richiami, sottolineati dallo stesso regista, a maestri indiscussi del muto, in primo luogo Murnau, passando per Lubitsch, Ford, Hitchcock e il menzionato Lang. Tuttavia il regista non si accontenta di citazioni, né si limita a riprodurre la realtà del tempo; semmai ne accoglie i mitizzati stereotipi (la figura del produttore, il glamour dei divi) e la stilizza, divertendosi a giocare con i linguaggi e invitando lo spettatore a fare lo stesso.

The Artist , dunque, non è un semplice pastiche , se non negli spezzoni dei film muti in cui Valentin è il protagonista. È invece un film originale, fantasioso e a tratti persino geniale, come nella scena dell’incubo in cui l’ormai ex divo si aggira in un mondo in cui tutto ha un suono, dove tutte le persone hanno una voce tranne lui.

Molto si deve alla bravura degli attori, chiamati a un’inedita prova; su tutti Jean Dujardin, impeccabile nei panni di Valentin e giustamente premiato a Cannes con la Palma d’oro, senza dimenticare Bérénice Béjo a proprio agio nell’interpretare Peppy Miller, e John Goodman perfetto nell’impersonare il potente produttore dell’immaginario hollywoodiano. Ma vanno riconosciuti soprattutto i meriti di una regia accorta oltre che documentata, nonché di una sceneggiatura e un montaggio che non perdono mai il ritmo; e in questo caso sarebbe stato un vero disastro. Il tutto sottolineato dalla fondamentale e puntuale colonna sonora di Ludovic Bource.

Insomma, The Artist è un inatteso, piacevole tuffo del passato, tra storie e atmosfere d’altri tempi, per assaporare l’essenza stessa del cinema, la sua capacità di stupire sempre, anche senza effetti speciali, affidando tutto al solo piacere dello sguardo. E non meraviglierebbe se tanta audacia venisse premiata anche da una candidatura all’Oscar. Del resto, quale miglior riconoscimento per un film che celebra Hollywood?

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20 agosto 2018

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