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Mutamento di sguardo

· Storia dell’istituto per non vedenti Sant’Alessio di Roma nato a fine Ottocento ·

Succede che accurate ricerche di storia locale, effettuate in archivi dimenticati, rivelino particolari illuminanti. È il caso del libro Vedere Oltre. Storia dell’istituto per non vedenti S. Alessio (Modena, Palombi Editori - Musa Comunicazione 2018, pagine 164, euro 20) in cui Luigi Scoppola Iacopini ripercorre la storia dell’istituto romano che da un secolo e mezzo accompagna donne e uomini ciechi nel cammino di riabilitazione e integrazione.

Che le diverse forme di disabilità stiano state prese in carico nei secoli da congregazioni e ordini religiosi è risaputo — basti pensare all’opera di don Luigi Guanella, delle Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, delle Figlie della Carità Canossiane o di don Gnocchi; il volume Per carità e per giustizia (2011) a cura di Giancarlo Rocca e Tiziano Vecchiato, ad esempio, ripercorre il ruolo svolto da tanti istituti religiosi nella costruzione del welfare italiano. Si tratta però ancora di una storia che va integrata di molti tasselli, uno dei quali è senz’altro la vicenda del Sant’Alessio.
Nato a fine Ottocento, l’istituto si è infatti distinto per alcune linee di programma e azione. Sorto come struttura di mera accoglienza, ha ben presto messo a fuoco il suo obiettivo: dare un’istruzione e una formazione professionale a giovani non vedenti (provenienti prima dal solo bacino romano, poi da diverse regioni italiane), nella certezza che la musica e l’educazione letteraria potessero permettere e garantire una formazione capace di inserirli nella vita produttiva della comunità di appartenenza. Un mutamento di sguardo che faceva tesoro anche del buono emerso dal contesto scientifico del tempo: proprio in quei decenni, infatti, in Europa si stava diffondendo il rivoluzionario metodo di scrittura e lettura Braille.
Nel primo secolo di vita dell’istituto i risultati non mancheranno. Il Sant’Alessio ospiterà infatti una curata scuola per ciechi, compresa una sezione del conservatorio che preparerà una schiera di musicisti non vedenti. E ancora, una scuola media pubblica in cui studenti ipovedenti e ragazzi ciechi seguiranno regolari corsi di studio, un convitto per universitari, un corso di formazione professionale per centralinisti telefonici, un laboratorio di falegnameria e uno di tipografia, una residenza protetta per ragazze e donne non vedenti.
L’istituto nacque nel 1868 per iniziativa di privati cittadini e per volontà di Pio IX: siamo in una fase storica in cui ai ciechi, di fatto, resta solo il privilegio di mendicare presso le chiese. Le fonti raccontano che l’idea di aprire un istituto ad hoc a Roma nacque durante un sopralluogo a Tordinona, allora uno dei quartieri più malridotti della città, compiuto da due soci della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli i quali si imbatterono nell’inverno del 1867 nel giovane orfano Temistocle Giuliani: il 25 febbraio sarà lui il primo non vedente preso ufficialmente in carico. Solo tre mesi dopo, in tempi quindi davvero rapidissimi, il cardinale Milesi otterrà l’approvazione ufficiale di Pio IX. Affidato ai padri somaschi, nel 1890 il Sant’Alessio fu riconosciuto come ente morale e nel 1920 lo Stato Italiano ne approvò, con regio decreto, il primo statuto, aggiornato successivamente nel 1963 e nel 1970. Negli anni Trenta la struttura si trasferirà dall’Aventino all'attuale sede di viale Odescalchi.
L’istruzione in campo religioso, letterario e musicale partì subito a pieno ritmo, affiancata poi da quella manuale. Il settore delle materie umanistiche prevedeva, dopo una classe preparatoria, un corso quinquennale, più eventuali anni complementari per coloro che rivelassero attitudini particolari. Si spaziava da grammatica, aritmetica, geometria, regione, storia e geografia a lezioni di teoria musicale, composizione, canto, suono e accordatura di strumenti quali pianoforte, organo, violino, mandolino, contrabbasso, arpa, clarinetto, oboe e fagotto. Per i più meritevoli, alla fine dell’anno scolastico erano previsti esami esterni presso la Regia accademia musicale di Santa Cecilia.
Quanto ai lavori manuali, i maschi imparavano a rilegare i libri nella tipografia interna, a traforare il legno, impagliare le sedie, realizzare rosari, tende e stuoini. Alle ragazze erano impartite lezioni di cucito, maglieria, merletto, uncinetto, ricamo e fiori finti. In caso di vendita dei lavori realizzati dagli alunni, il guadagno veniva diviso tra l’istituto e l’autore dello stesso. Dotato di una biblioteca interna, con testi in Braille che nel 1944 supereranno i duemila volumi, l’istituto era retto da regole molto precise: la severità risulta dalla tabella che elenca in dettaglio le punizioni previste in caso di violazione del regolamento.
La storia del Sant’Alessio comincia a prendere una nuova direzione dal secondo dopoguerra, quando ci si avvia verso la laicizzazione. Nell’agosto 1954, unilateralmente, i padri somaschi decisero infatti di recedere dopo quasi ottant’anni dalla conduzione dell’istituto, non avvertendo più la necessaria fiducia intorno al loro operato. I documenti relativi a quegli e agli anni immediatamente successivi, nota Scoppola Iacopini, confermano la complessità di una situazione «sempre più ingarbugliata perché andava a toccare interessi consolidati e non indifferenti, di natura economica nella gestione dell’erogazione dei finanziamenti ma che verosimilmente finivano per fare gola a diversi soggetti. Stante questa lacunosità delle fonti archivistiche a tutt’oggi, nessuna pista ci sembra debba essere esclusa aprioristicamente. Neppure quella per la quale, in nome di un presupposto processo di progressiva laicizzazione dell’ente, in realtà si celasse una concreta volontà da parte del potere politico locale di voler in qualche modo avere voce in capitolo in merito al Sant’Alessio».
Seguiranno anni bui, confusi, le cui tappe più recenti sono riassumibili in due importanti decisioni. Nel 1987 l’istituto viene fuso con l’Ospizio Margherita di Savoia per i Poveri Ciechi, acquisendo la denominazione odierna di Centro Regionale S. Alessio — Margherita di Savoia per i ciechi. Trent’anni dopo, la trasformazione in centro di riabilitazione: oggi, infatti, la struttura fornisce servizi a persone con disabilità visive sotto forma di interventi diurni, domiciliari e ambulatoriali.
Specie nel suo primo secolo, quella del Sant’Alessio è stata dunque la storia di un modello innovativo, volto a integrare la disabilità nel quotidiano della comunità circostante, in un tentativo di arricchimento reciproco.

di Silvia Gusmano

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21 agosto 2019

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