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Musica ed etica

· ​In ricordo di José Antonio Abreu ·

«L'arte è un investimento di capitali, la cultura un alibi» diceva Ennio Flaiano. Chissà se José Antonio Abreu aveva letto lo scrittore italiano, sicuramente non ha cercato alibi nella cultura, ma ha cercato e trovato donazioni per investire in un progetto che ha rivoluzionato il mondo della musica. Morto il 24 marzo a Caracas all’età di 78 anni, il musicista venezuelano è stato il fondatore e l’animatore del progetto sociomusicale più riuscito degli ultimi decenni: El sistema. Solo in Venezuela sono state fondate 125 orchestre e cori giovanili e 30 compagini sinfoniche. Al programma hanno preso parte oltre 350.000 studenti suddivisi in 180 nuclei operativi. L’onda ha poi travolto altri paesi sempre con lo stesso scopo dichiarato esplicitamente: «organizzare l'educazione musicale e promuovere la pratica collettiva della musica come mezzo di organizzazione e sviluppo della comunità». 

L’indirizzo è chiaro: finché la musica rimane uno spettacolo esclusivo per palati raffinati, più spesso solo per coloro che sono in grado di pagare i biglietti dei concerti, la ricaduta sociale sarà sempre limitata. Quando invece una sinfonia smette di essere un’occasione mondana e torna a rappresentare una storia che racconta della propria vita e di come guardare alla realtà, allora si apre una speranza, anche se vivi in una baraccopoli di Caracas.
Se è vero che la musica d’arte ha perso gran parte del suo ruolo sociale José Antonio Abreu è stato uno dei pochi che è riuscito a restituirglielo proponedo ai giovani non solo di studiare uno strumento, ma di condividere un progetto basato sulla collaborazione reciproca. Eseguire i capolavori del passato, renderli parte della propria vita, garantisce infatti l’acquisizione di alcune certezze. La prima cosa che si impara in orchestra o in un coro è l’ascolto degli altri, che è quasi più importante di suonare e cantare. Poi si può cominciare a fare la propria parte, senza protagonismi e senza nascondersi. Abreu è stato capace di offrire a bambini di famiglie che facevano fatica a mettere insieme il pranzo con la cena una speranza legata alla conoscenza e alla relazione con i coetanei. Non il miraggio di diventare ricchi e famosi eccellendo nel proprio campo, ma la possibilità di apprezzare la bellezza, e contribuire a crearla con doti naturali “normali”. Poi ovviamente alcuni con un talento eccezionale, come i direttori d’orchestra Gustavo Dudamel e Diego Matheuz, hanno lasciato il leggio del violino e sono saliti sul podio. A loro si è aperta una carriera internazionale, ma una volta l’innalzamento dell’eccellenza non era l’obiettivo principale, ma uno splendido effetto collaterale.
Il problema nel 1975 in Venezuela, quando El Sistema ha visto la luce, era tutt’altro. La situazione economica non era rosea, serviva un’idea di sviluppo economico e sociale. Abreu ha pensato che per riscattare intere generazioni di giovani destinate al degrado fosse necessario assieme al pane anche uno sguardo sul bello e sul senso di comunità, che spesso sono la stessa cosa. È riuscito a spiegare al regime di allora che Mozart e Beethoven potevano salvare vite umane e ha ottenuto un forte appoggio, anche per fini propagandistici.
Sta di fatto che un paese dell’America latina, senza i mezzi che avrebbero avuto altre realtà internazionali, ha insegnato al mondo quello che avrebbe già dovuto sapere: etica e bellezza sono autentiche solo quando camminano parallelamente, l’una senza l’altra semplicemente non possono esistere.
«Avevo ricevuto una donazione di 50 leggii che 100 ragazzi avvrebbero potuto utilizzare. Ma in quel momento avevo solo 11 giovani iscritti al progetto, Ho promesso loro che quella piccola orchestra sarebbe diventata una delle più importanti del mondo», raccontava Abreu nel 2009 e, come tutti i visionari, sarebbe stato preso per pazzo se non fosse riuscito a concretizzare la sua visione. Il rischio è stato scongiurato e la conferma è arrivata qualche anno fa quando un giornale britannico ha pubblicato una classifica delle più importanti orchestre del mondo mettendo al quinto posto l’Orchestra sinfonica giovanile del Venezuela.
Un segnale chiaro quello di Abreu, una prospettiva precisa, una sistema organizzato e funzionante che i responsabili delle politiche culturali di tutto il mondo continuano a lodare e quasi sempre si guardano bene dall’incentivare. Il visionario venezuelano ci ha ricordato che l’arte se è autentica non può essere monopolio di una élite, ma va considerata con un diritto sociale.
«Nella loro essenza l’orchestra e il coro sono molto più che struttura artistiche, perché cantare e suonare significa vivere insieme profondamente e intimamente, rivolti alla perfezione e nel desiderio di eccellere, seguendo una disciplina rigorosa di cooperazione e di condivisione che mira a creare un’interdipendenza armonica di voci e strumenti». Senso della comunità ed estetica messe una accanto all’altra, correlate, incapaci di sopravvivere l’una senza l’altra. In pratica il contrario del sistema del mercato artistico odierno.

di Marcello Filotei

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