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A Mosul
non c’è posto per i cristiani

· Dato alle fiamme il palazzo episcopale dei siro-cattolici ·

«La situazione a Mosul è tragica». Con queste poche parole il patriarca di Babilonia dei Caldei, monsignor Louis Raphaël i Sako, aveva sintetizzato, in un colloquio con AsiaNews, la situazione che si vive a Mosul, seconda città per importanza dell’Iraq, dove i membri delle milizie del cosiddetto califfato islamico hanno pubblicato una lettera, distribuita in città, in cui affermano che «i cristiani devono essere convertiti all’islam o pagare una tassa (la Jizya)». La gravità della situazione è ora confermata anche dal patriarca di Antiochia dei Siri, Ignace Youssif iii Younan, il quale sabato ha riferito a Radio Vaticana che «il palazzo episcopale dei siro-cattolici di Mosul è stato bruciato dagli estremisti». Secondo alcune testimonianze locali, ormai nella città, non ci sarebbe più alcun cristiano. 

Mosul è stata la prima città a cadere sotto l’offensiva delle milizie Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis): sono fuggite almeno 500.000 persone, tra cristiani e musulmani, originando una gravissima crisi umanitaria, economica e politica. Il patriarcato di Baghdad commenta con tono amaro la chiusura di ogni possibile forma di dialogo con gli islamisti, che ripetono: «Fra di noi non c’è che la spada». Monsignor Sako racconta di aver suggerito ai cristiani di mettersi in salvo in luoghi più sicuri: «Quanti abbandonano Mosul — aggiunge il presule — trovano accoglienza nei monasteri, nei villaggi. Venerdì mattina, macchine munite di altoparlanti andavano in giro per la città, intimando ai cristiani di fuggire. Inoltre i miliziani, ai punti di controllo, sequestrano auto, soldi e documenti ai cristiani, prima di lasciarli andare; non lasciano loro nulla».

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20 ottobre 2019

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