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Mosul
deve rinascere

· La Chiesa caldea incoraggia il dialogo con l’islam ·

La rinascita dell’Iraq non può prescindere dalla presenza dei cristiani e dal dialogo con la realtà islamica. Ne è convinto don Paolo Thabit Mekko, sacerdote caldeo di Qaraqosh, un tempo la città cristiana più importante dell’Iraq e divenuta per oltre due anni, fino all’ottobre 2016, il capoluogo del cosiddetto stato islamico per la Piana di Ninive. A un anno dalla completa sconfitta delle milizie fondamentaliste, il sacerdote è testimone diretto, anche perché in questi anni ha condiviso la condizione dei profughi, del clima di estrema incertezza che accompagna il lento ritorno dei cristiani a Mosul, la seconda città irachena, e più ampiamente nella Piana di Ninive. «La situazione generale di incertezza che si respira nel paese — afferma — è acuita dallo stallo nella formazione del nuovo governo, e le accuse di brogli contribuiscono a complicare ancor più la situazione e generano paura». Anche perché, aggiunge, oltre alle case «bisogna garantire un futuro attraverso il lavoro». La questione più sentita è infatti la grave carenza di occupazione, da sempre il fattore decisivo per una reale rinascita di un paese e, in questo caso, anche per il rientro di centinaia di migliaia di profughi, soprattutto quelli fuggiti all’estero. Il futuro passa, dunque, attraverso il rilancio della scuola, del lavoro e dell’apertura di spazi commerciali. Fra questi, come riferisce l’agenzia AsiaNews, un segnale positivo viene anche dalla recente apertura di un “caffè letterario”, luogo dedicato all’incontro e alla lettura. Iniziativa impensabile sotto il potere e la censura jihadista.

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07 dicembre 2019

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