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Mosca interrompe la comunione eucaristica con Costantinopoli

· ​Decisione del sinodo della Chiesa ortodossa russa riunito a Minsk ·

 «Accettare nella comunione scismatici e una persona colpita da anatema in un’altra Chiesa locale con tutti i “vescovi” e il “clero” da essa ordinati, l’invasione di regioni canoniche altrui, il tentativo di abbandonare le proprie decisioni e impegni storici, tutto ciò porta il patriarcato di Costantinopoli fuori dello spazio canonico e, con nostro grande dolore, rende impossibile per noi continuare la comunione eucaristica con i suoi gerarchi, clero e laici. D’ora in poi, fino a quando il patriarcato di Costantinopoli non rigetterà le sue decisioni anti-canoniche, sarà impossibile per tutto il clero della Chiesa ortodossa russa concelebrare con il clero della Chiesa di Costantinopoli e, per i laici, partecipare ai sacramenti amministrati nelle sue chiese». È il punto centrale della lunga dichiarazione adottata ieri dal sinodo della Chiesa ortodossa russa, riunitosi a Minsk al termine della visita in Bielorussia di Cirillo, patriarca di Mosca.

Si chiude così, con una grave frattura nel mondo ortodosso, una crisi manifestatasi in maniera evidente il 7 settembre quando, «nel quadro dei preparativi per la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina», il patriarca ecumenico Bartolomeo ha nominato come suoi esarchi a Kiev l’arcivescovo Daniele di Pamphilon (Stati Uniti) e il vescovo Ilarione di Edmonton, in Canada.

Una settimana dopo, il patriarcato di Mosca, in risposta a quella che considera un’«invasione» del proprio territorio canonico, ha sospeso la menzione di Bartolomeo nelle preghiere liturgiche e la concelebrazione con i gerarchi di Costantinopoli. L’11 ottobre, infine, la decisione del patriarca ecumenico di confermare l’intenzione di concedere l’autocefalia alla Chiesa ucraina, stabilendo a Kiev una stavropegia, cioè una giurisdizione direttamente dipendente dal patriarcato di Costantinopoli e, soprattutto, di ripristinare nel loro rango i capi scismatici Filarete (Denysenko) e Macario (Maletych), ha rappresentato, per Mosca, il punto di non ritorno.

Nella dichiarazione il sinodo della Chiesa ortodossa russa si sofferma sulla lettera di notifica con la quale, nel 1686, il patriarca ecumenico Dionisio iv accettò la subordinazione della metropolia di Kiev al patriarcato di Mosca. Un atto ritenuto valido dalla Chiesa russa, la quale ribadisce che molte diocesi ortodosse ucraine «vennero fondate e sviluppate già come parte della Chiesa russa autocefala, essendo il frutto del suo lungo lavoro missionario e pastorale». Per Costantinopoli, invece, non ci fu «una piena cessione dell’eparchia di Kiev al patriarca di Mosca», ma «un permesso provvisorio», dato «per economia e necessità del momento».

Il patriarcato di Mosca chiude con un appello ai primati ortodossi affinché approfondiscano la situazione creatasi in Ucraina e cerchino insieme «una via d’uscita dalla grave crisi che lacera il corpo» della Chiesa.

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