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Mosaico di sangue

· A colloquio con il nunzio a Damasco sulla situazione in Siria ·

I cristiani in Siria sono come un ponte, un segno visibile di universalità, un punto di contatto e di dialogo. Quando questo elemento comincia a mancare, a soffrire è l’intero “mosaico” sociale e religioso del Paese mediorientale. Perciò ogni bomba che cade e ogni goccia di sangue innocente versato alimentano la distruzione centellinata e sistematica del “mosaico”. A denunciarlo in quest’intervista all’Osservatore Romano è il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, il primo dei porporati creati dal Papa nel concistoro del 19 novembre scorso.

Cosa significa essere nunzio apostolico in un Paese in guerra?

«Primavera di dolore», opera dell’artista siriano contemporaneo Wissam Al Jazairy

A Damasco, dove risiedo, siamo a periodi alterni sotto il tiro dei mortai. Ricordo che un po’ di tempo fa siamo stati colpiti da un colpo di mortaio sparato alle 6.30 del mattino. Per fortuna a quell’ora in nunziatura non c’era ancora gente e quindi non ci sono stati feriti, ma solo danni materiali. Per me personalmente il pericolo è maggiore quando mi muovo — seppur con le dovute precauzioni e con il permesso delle autorità — per visitare Homs o Aleppo. Anche la sera prima di partire per Roma per ricevere le insegne cardinalizie mi sono recato dai frati francescani, perché un colpo di mortaio era caduto sulla cupola della loro chiesa. Non è la prima volta che accade in questi anni. Di tanto in tanto vedo i cacciabombardieri sul cielo di Damasco e questo mi fa star male. Le bombe cadono soprattutto sulle zone dove sono presenti i ribelli, a sud e a est. In quei momenti penso alle persone. Alla nunziatura abbiamo riparato i danni, ma quante case distrutte o danneggiate ci sono! Si parla di circa due milioni. Mi preoccupa la sorte di tanta gente che in questo periodo invernale vive nelle tende, perché è stata costretta ad abbandonare le abitazioni. Anche quanti si sono rifugiati nei Paesi vicini, come il Libano, la Giordania o la Turchia — si pensa siano circa quattro milioni — sperano di poter tornare al loro focolare. È il sogno di questi rifugiati.

Come ha accolto la sua nomina a cardinale?

Sono stato colto di sorpresa: confesso che all’inizio mi sono chiesto se fosse vero. Poi nel giro di pochi minuti ho reagito e ho pensato: è un bel gesto di predilezione da parte di Papa Francesco per l’«amata e martoriata Siria». È un’espressione che il Pontefice ripete sovente e i nostri cristiani ormai la sanno a memoria. E non solo i cristiani! Credo che questa porpora vada alla «martoriata Siria», a tutto il sangue innocente sparso in questi anni.

Crede sia ancora possibile una soluzione diplomatica del conflitto?

L’esperienza mi ha insegnato che manca spesso la determinazione e la decisa volontà delle potenze implicate. Basta vedere quante volte il consiglio di sicurezza dell’Onu si è trovato diviso sulle misure da prendere in Siria: a parte alcuni casi, le risoluzioni adottate sono state attuate solo in parte e si è assistito al consueto scambio di accuse reciproche tra le parti in causa. Purtroppo il più delle volte è mancata la volontà. Vorrei ricordare, comunque, quello che io ho definito un vero e proprio “miracolo”. Quando, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2013, c’è stata la grande crisi internazionale sulla Siria, Papa Francesco ha indetto una giornata di preghiera, di digiuno e di mobilitazione a livello mondiale. Ebbene, proprio in quei giorni Russia e Stati Uniti d’America hanno raggiunto un accordo sul problema dell’arsenale chimico, che ha portato al suo smantellamento. Se non ci fosse stato questo accordo, cosa sarebbe successo oggi a questo arsenale di morte disseminato in Siria? Sarebbe stato in mano ai fondamentalismi. Questo lo definisco un “miracolo” e bisognerebbe tenerne conto più spesso. Certo, l’accordo è avvenuto prima della crisi della Crimea e dell’Ucraina; se però c’è stato un momento di dialogo positivo, potrebbero essercene altri per far diminuire la tensione e la violenza e tornare al tavolo delle trattative.

Come si può arrestare l’esodo dei cristiani?

C’è un’unica soluzione per fermare l’esodo non solo dei cristiani ma di tutti i siriani: la fine della violenza, l’accesso agli aiuti umanitari e l’accordo politico. I cristiani devono essere aiutati non solo dal punto di vista economico. Devono essere sostenuti nell’attuare la loro missione, che è molto importante in Siria. Essendo minoritari in un Paese a maggioranza musulmana, possono essere un segno vivo. Fanno un po’ da ponte di raccordo tra i vari gruppi religiosi. La loro partenza rende obiettivamente più povero il Paese. Essi hanno una mentalità universale, sono un po’ come una finestra sul mondo. Più di una volta sono venuti a parlarmi alcuni capi religiosi provenienti da varie parti della Siria. Mi hanno espresso dispiacere e dolore nel veder partire i cristiani. Questo perché la loro presenza è un elemento molto importante e il loro esodo provoca un impoverimento sociale e culturale. Certo, la sofferenza in Siria è universale. È difficile dire chi ha sofferto di più tra i vari gruppi etnici e religiosi: tutti hanno avuto i loro martiri! È chiaro, tuttavia, che le comunità più a rischio sono quelle minoritarie. E tra queste, l’anello più debole sono i cristiani.

Che ruolo svolgono le organizzazioni caritative in Siria?

Hanno una grande importanza, ma sono solo una goccia in un mare di necessità. Innanzitutto, rappresentano un valore aggiunto che ha sempre caratterizzato la presenza dei cristiani in questi luoghi. Penso in particolare ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose. Nella mentalità musulmana, la presenza di una persona religiosa, anche singola, significa molto. In molte zone, essa è di aiuto non solo ai cristiani ma anche ai musulmani, che la vedono come un segno di Dio che si manifesta attraverso i consacrati. Quindi, oltre al valore materiale degli aiuti, c’è questo valore aggiunto. Perciò incoraggio sempre tutti a rimanere qui finché è possibile. Vorrei ricordare tre parrocchie che sono in una zona sotto il controllo di Al-Nusra, considerato un gruppo terrorista. Le lasciano sopravvivere seppur con molte limitazioni, compreso il divieto di suonare le campane e di esporre le croci. I cristiani cercano comunque di rimanere come presenza. A costo di sacrifici, ma sostenuti anche dagli aiuti inviati da alcuni dicasteri vaticani, come la Congregazione per le Chiese orientali e il Pontificio Consiglio Cor unum. Vorrei anche ricordare i cinque ospedali cattolici che operano nel Paese da più di cento anni: due a Damasco e tre ad Aleppo. In questo momento si trovano in grande difficoltà, perché i malati non hanno nessuna assistenza mutualistica paragonabile a quelle dei nostri Paesi europei. Quindi gli ospedali non ricevono alcun contributo, pur avendo molte spese e dovendo in qualche modo mantenersi. Per questo si stanno cercando aiuti, perché le strutture possano rimanere aperte e gratuite per tutti. Facciamo ricorso alla generosità delle nostre istituzioni fuori dalla Siria e al sostegno dei privati. D’altronde, la situazione generale è disastrosa. Si parla di più della metà degli ospedali in Siria fuori uso perché bombardati o danneggiati dai mortai.

Dopo tanti anni di tensioni e di conflitti, sciiti, sunniti e altri gruppi riusciranno a vivere insieme pacificamente?

Sono in Siria da otto anni e ho potuto constatare che il Paese è come un mosaico. In passato la convivenza tra i vari gruppi etnici e religiosi andava abbastanza bene. Certamente, dopo sei anni di terribile guerra si cominciano a vedere crepe in questo mosaico. Voglio sperare che non sia proprio la rovina e che i danni possano essere riparati. Certo, si è prodotta una grossa frattura a causa della guerra. Ma oso sperare che il mosaico venga ricomposto, soprattutto con l’aiuto dei leader religiosi.

di Nicola Gori

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12 dicembre 2017

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