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Montini vescovo a Milano


L'esercizio spirituale
della scrittura

Da dove vengono le parole che Montini pronuncia e scrive? Non basta ricostruire una genealogia del pensiero. Si deve infatti notare quella che a me sembra una intensa rielaborazione personale, una complessa appropriazione dei temi e delle problematiche, una risonanza che si può dire spirituale. Si percepisce con chiarezza che in ciò che dice e in ciò che scrive Montini è personalmente e profondamente coinvolto. Nelle sue parole mette se stesso, le sue visioni e le sue domande, le sue preghiere e i suoi affetti. Attraverso quale processo la vita spirituale di Montini diventa parola e comunicazione?

Montini nel suo studio (Dicembre, 1958)

La mia ipotesi è che questo processo sia la scrittura. Il metodo di lavoro di Montini lo impegnava personalmente nella stesura dei testi in lunghe ore anche notturne di scrittura manuale. Il processo di scrittura si può forse paragonare a uno scavo paziente che porta alla luce i pensieri, i sentimenti, le memorie, le preoccupazioni, porta tutto alla luce nella forma di parola. La scrittura che traduce in oggetto visibile la parola da un lato la rende verificabile, osservabile, rileggibile, d’altro lato la fissa in una definizione. Montini quando scrive non intende solo esprimere un’idea, ma anche condividere quello che ha in animo e provocare negli ascoltatori un’attenzione, un’interazione, un consenso se possibile. Perciò la penna continua a scavare nell’anima e aggiunge parola a parola, aggettivo ad aggettivo, precisazione a precisazione. Le intenzioni che si rilevano nelle parole di Montini sono la precisione, la completezza, e, se si può dire, il colore dell’espressione.

Ritengo che per Montini scrivere personalmente i testi destinati alla predicazione o alla pubblicazione fosse un esercizio spirituale: non solo una ascesi per servire i destinatari, ma anche una docilità alla penna che scavando fa zampillare le parole con una vivacità, freschezza, pertinenza e incisività. Per questo i testi di Montini si rileggono a distanza di anni senza avvertirne il logorio.

Tra le figure retoriche più frequentate mi sembra che meriti una particolare attenzione quella della domanda. Si possono incontrare pagine intere di domande ed è raro che un testo si svolga senza qualche domanda. È interessante indagare la natura di queste domande, come in un’omelia del 9 luglio 1961 a Premana: «Siamo cristiani? Sì? E allora? Che cosa passa tra noi e Cristo? Lui si è incaricato di noi, Lui ci ha chiamati, Lui ci ha fatti Suoi fratelli, Lui ci ha fatto cristiani, Lui ci ha introdotti in questa anticamera del Paradiso che è la vita cristiana. E noi, e noi corrispondiamo? E noi abbiamo veramente il pensiero, la sensazione, la coscienza di chi sia Cristo Signore? Ripeto: lo conosciamo? Ecco, io non conosco voi e quindi non posso giudicarvi né criticarvi. Ma io vedo che nel nostro mondo, anche religioso, anche cristiano, Gesù è poco conosciuto».

A livello più superficiale la domanda è una figura retorica che si presume più vivace e coinvolgente della esposizione piana nella forma della predica o della lezione. La domanda è retorica nel senso che provoca a una risposta che è già contenuta nella domanda stessa, ma il fatto di provocare la risposta stabilisce un rapporto tra chi parla e chi ascolta che invita a reagire alla passività e a essere attivi nella recezione.

A livello più profondo la domanda è un modo di avviare il dialogo: il predicatore Montini non esercita il suo magistero con l’insegnamento inteso come trasmissione di contenuti che gli ascoltatori devono recepire. È invece interessato a coinvolgere gli ascoltatori, quasi provocare la loro reazione e la loro interlocuzione, a integrare quanto il vescovo espone con la risposta, la testimonianza, l’approvazione e l’appropriazione. Si percepisce la persuasione di Montini di poter contare su una condivisione pacifica di una comune mentalità cristiana e insieme l’intenzione di incoraggiare un approfondimento dei contenuti forse dati per scontati.

A un livello ancora più profondo e personale la domanda esprime qualche cosa dell’animo di Montini. Rivela una relazione con la realtà, con il deposito della tradizione, con le verità di sempre che non è mai un dato materiale, una cosa da sapere o da insegnare ed è sempre un invito a procedere oltre nella comprensione, nella condivisione, nell’amore. La verità cristiana, nella tipica concentrazione cristologica del pensiero di Montini, è una relazione personale, prima che una dottrina, è un percorso prima che un dato, è una parola che chiama, una storia che coinvolge e che rivela sempre nuove profondità confrontandosi con sempre nuove domande.

Montini vive il suo rapporto con la società milanese con un atteggiamento complesso. La Missione di Milano del 1957 rimane l’impresa più memorabile e significativa di una interpretazione della contemporaneità come invocazione di Dio, della sua paternità. Invocazione è una parola che attribuisce una consapevolezza forse troppo esplicita a un contesto in cui la sensibilità religiosa si esprime più in devozioni che in convinzioni, vive più di tradizioni che di fedeltà, ribadisce un insieme di valori piuttosto che approfondire la relazione misteriosa e necessaria con Dio, secondo la mediazione di Gesù, per potenza di Spirito santo. Quindi si tratta forse più di nostalgia che di invocazione, di una generica immaginazione di un oltre, piuttosto che di una attenzione disponibile alla rivelazione evangelica.

In ogni caso, nella valutazione del suo tempo Montini non nasconde la rilevazione di aspetti problematici e di sfida formidabili per la Chiesa, per la coerenza della vita cristiana e per il ministero dei preti. Tale valutazione tuttavia non lo convince a una rassegnata ritirata per la sopravvivenza ma piuttosto all’audacia della missione, non solo della grande iniziativa della Missione di Milano, ma alla più ordinaria interpretazione della presenza della Chiesa come presenza missionaria. Nelle omelie per le ordinazioni dei preti ritorna con insistenza il mandato missionario. Per esempio, durante l’ordinazione dei preti del 1961: «La prima impressione, che nasce dal confronto d’un prete con il mondo al quale egli è mandato non solo a vivere, ma ad esercitare la sua missione è di contrasto e di sproporzione. Così è, e così dev’essere, innanzi tutto, cari sacerdoti novelli! Vi mando deboli in un mondo potente; vi mando inermi in un mondo forte; vi mando poveri in un mondo ricco» e «in un mondo che a tutta prima sembra non comprendervi, non desiderarvi», un mondo che «cercherà di sostituirvi nei vostri stessi doveri: d’insegnamento, di educazione, di carità, di assistenza».

Mi sembra che si debba constatare che nello sguardo che Montini rivolge al mondo contemporaneo si possa cogliere una evoluzione. Tale evoluzione conduce attraverso gli anni del concilio a quella espressione di simpatia nell’omelia conclusiva del Vaticano ii che io trovo così suggestiva: «La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso».

di Mario Delpini

Incendio in diocesi

L’arcivescovo ritiene che il suo dovere pastorale a Milano sia proprio quello di restituire la «curiosità metafisica» all’uomo moderno: che è «un disorbitato, perché ha perso il suo vero orientamento, che consiste nel guardare verso il cielo», «è simile a colui che è uscito di casa, e ha perduto la chiave per rientrarvi»; insomma è un «gigante cieco».

Montini arriva a Milano da Roma il 4 gennaio 1955, due giorni prima dell’ingresso ufficiale, in treno, seguito da un vagone con novanta casse di libri, scrive il «Corriere»: un puro intellettuale? Certamente l’antico sostituto e poi pro-segretario di Stato è stato un diplomatico di razza che ha trascorso trent’anni in Vaticano.

Il bacio alla terra milanese (4 gennaio 1955)

Ma non è un intellettuale astratto, quanto piuttosto un sacerdote che ha lavorato tantissimo nelle relazioni, a tutti i livelli, e ha cercato di essere sempre un prete, portando carità e catechismo nelle borgate romane, confessando in parrocchia, seguendo la San Vincenzo, i mutilatini di don Gnocchi. Ora, da vescovo, vuole riabituare i milanesi a «pensare Dio», con la concretezza dei progetti e delle opere. Da giovane prete appuntava: «Se più profondo è il pensiero, più vasta è l’azione» e suggeriva al fratello «d’indugiarsi poco in grandi piani, di farne uno, e non pensare ad altro, anzi pensare poco per non logorare amleticamente lo slancio dell’esecuzione».

Sceglie lo stile dell’ascolto e dell’azione: «approfondire e allargare», in nomine Domini (“nel nome del Signore”), come dice il suo motto episcopale. «Apriamo gli occhi», scongiura i sacerdoti nel 1958: «Non illudiamoci con formule fatte: che tutti sono buoni, che tutti sono cattolici, che — tanto — il Signore li salva tutti». Ed è anche impietoso nell’autocritica: «Forse perché ieri abbiamo dormito?». Montini non esita, quando ha deciso la strada: pensate alla Missione cittadina del 1957, che resta la più grande mai predicata nella Chiesa cattolica, 302 sedi di predicazione parrocchiali, con 720 corsi predicati da 18 vescovi, 83 sacerdoti, 300 religiosi: Fire in Milan (“Incendio a Milano”) viene definita dal «Time».

L’esperienza di Chiesa “di popolo” è per lui una continua sollecitazione alla trasmissione della fede, per attirarvi quelli che venivano definiti i “lontani”. E per questo l’arcivescovo è sempre disponibile, e va dai tabaccai, piuttosto che dai parrucchieri, organizza la Missione perfino per le fotomodelle, va alla «Gazzetta dello Sport»: contiamo undicimila nomi nelle sue agende degli otto anni ambrosiani. Il giornalista Cavallari sul «Corriere della Sera» parla di «facchinaggio»; il teologo Congar usa un’espressione più elegante: «intensità».

E dobbiamo aggiungere la carità, a partire dal pranzo che il nuovo arcivescovo vuole offrire ai poveri il giorno del suo ingresso in città: ne raccoglie millecento. È un’azione in gran parte nascosta, come le visite ai poveri vestito da semplice prete, in nigris, come si diceva, senza che lo si sapesse. Una delle suore che vivevano con lui ha testimoniato che l’arcivescovo, girando nel suo appartamento, ripeteva: «Ho troppa roba nel mio comò: Datela ai poveri, datela ai poveri».

L’amore per le anime che gli sono via via affidate è una prima caratteristica che unisce gli otto anni a Milano e i quindici da pontefice: nel gennaio 1955, arrivato al confine della diocesi ambrosiana, Montini si inginocchia, appoggia nella neve il suo cappello e bacia la strada bagnata: cioè accetta umilmente quella terra come sua, una promessa di amore e servizio. Un gesto sorprendente all’epoca, che verrà ripetuto da papa nei viaggi. Altro elemento di continuità tra episcopato e pontificato è la consapevolezza del proprio ruolo. Nel discorso d’ingresso a Milano dichiara: «Apostolo e vescovo io sono; pastore e padre, maestro e ministro del Vangelo; non altra è la mia funzione tra voi».

All’educazione liturgica l’arcivescovo dedica la lettera pastorale del 1958 e lì vuole affermare che la prima urgenza è far capire la messa al popolo: il fedele «oggi va al cinema, e tutto gli appare chiaro; va a teatro e avviene altrettanto; apre la radio e la televisione e tutto gli riesce comprensibile», poi «finalmente va alla messa, e di tutto quello che gli si svolge davanti non capisce niente». L’arcivescovo che predica in ogni occasione con parole nuove (abbiamo anche pezzettini di foglietti scritti a matita, quando gira le parrocchie), che raccomanda di uscire dall’«oratoria chiesastica», è il papa che inventa le udienze generali del mercoledì e ne scrive personalmente i testi ogni martedì.

La grande attenzione ai preti è un altro elemento evidentissimo di continuità a Milano e nel pontificato: Montini invia ogni anno una Lettera per il giovedì santo ai sacerdoti ambrosiani, in cui racconta il suo cammino personale di prete, con le sue fatiche e speranze; cura soprattutto i sacerdoti in crisi, «la sua croce più pesante» ha detto il segretario. Paolo VI scriverà nel 1967 l’enciclica Sacerdotalis caelibatus sul prete quale testimone credibile, «segno di fuoco» non «bonzo di una liturgia che ha fatto il suo tempo»; se necessario, anche «eroe».

Non si ricorda volentieri il papa della Humanae vitae del 1968, enciclica che è un’apologia dell’amore nella vita coniugale, argomento cui Montini ha dedicato anche una lettera pastorale da arcivescovo. Infine siamo davanti a un arcivescovo molte volte calunniato su quelli che allora si chiamavano i mass-media; e, soprattutto da papa, attaccato per anni, spesso con bassezza di moventi. Lui, vero spirito libero, reagisce solo quando è in gioco il ruolo che ricopre nella Chiesa, non la sua persona. D’altronde, come commentava il cardinale Ratzinger, «un papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo».

di Giselda Adornato

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20 agosto 2019

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