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Montini il riformatore

· Il governo tra collegialità e sinodalità ·

«La vostra riflessione, incentrata sulla “giustizia tra i popoli”, è particolarmente attuale. Essa si ispira a quel “Vangelo in cammino” che chiede di portare la carità, la fede e la speranza cristiane incontro all’uomo sulle strade di oggi». Così scrive il Pontefice nel saluto inviato ai partecipanti al convegno intitolato «Paolo VI il Papa della modernità. Giustizia tra i popoli e l’amore per l’Italia» che si è svolto l’8 novembre a San Paolo fuori le Mura per iniziativa dell’università di Roma Tre, a mezzo secolo dall’enciclica Populorum progressio. Tra gli intervenuti i cardinali James Michael Harvey, arciprete di San Paolo, Renato Corti, vescovo emerito di Novara, e Pietro Parolin, segretario di Stato, della cui relazione pubblichiamo la parte dedicata a collegialità e sinodalità nel governo della Chiesa.

La prima assemblea del sinodo dei vescovi (30 settembre 1967)

L’opera riformatrice più importante, dal punto vista istituzionale, realizzata da Paolo VI ha riguardato le strutture di governo della Chiesa universale e ha il suo centro nella costituzione apostolica Regimini ecclesiae universae, del 15 agosto 1967, alla quale si affianca la creazione del Sinodo dei vescovi con il motuproprio Apostolica sollicitudo del 15 settembre 1965. Il primo sinodo si svolse in Vaticano dal 29 settembre al 29 ottobre del 1967.

Collego questi due eventi non solo per la loro vicinanza cronologica, ma perché esprimono al più alto livello lo spirito riformatore di Paolo VI che ha voluto, nel corso del Concilio e con atti specifici successivi, arricchire e modificare il volto del governo della Chiesa.

Papa Montini è stato il Pontefice che ha radicato nella struttura della Chiesa, e nel suo concreto modus operandi, i principi della collegialità e della sinodalità, collegando le strutture del governo papale al collegio episcopale, ai singoli vescovi, alla loro presenza e attività in tutte le nazioni del mondo. Sin dai primi secoli la Chiesa ha agito favorendo e incentivando la partecipazione delle componenti ecclesiali all’adozione delle scelte e delle decisioni necessarie per la guida del popolo di Dio.

Sta qui, si è detto prima, la differenza tra partecipazione e democrazia politica: Paolo VI ha ribadito più volte che la Chiesa non nasce e non si struttura secondo la logica dei sistemi politici e democratici. Non solo per i rischi di divisioni e scissioni, sempre presenti e dannosi per la comunità dei fedeli, ma soprattutto perché la comunione di fede tra tutte le sue componenti, richiede che esse partecipino al governo della Chiesa secondo i propri carismi e le proprie competenze e con la più grande partecipazione. Il principio collegiale e quello unitario, presenti nell’istituzione divina del Collegio apostolico, non sono assimilabili a quelli propri della tradizione giuridica civile. Il Collegio episcopale, che succede a quello apostolico, non è «un aggregato di potere individuale che si somma aritmeticamente»; la sua forza non «deriva da una concentrazione di poteri: è l’espressione di una missione solidale del corpo episcopale in quanto tale, ma che ogni membro possiede pienamente nella sua comunione al tutto» (Joaquín López de Prado).

Il governo della Chiesa deve rispondere alla prima funzione di conservare e diffondere il depositum fidei e la missione spirituale che ad essa sono stati consegnati. Il collegio episcopale agisce attraverso strade più complesse rispetto al semplice principio maggioritario. Anzitutto cercando di fare in modo che le scelte e le decisioni da adottare raccolgano il più ampio consenso possibile, siano al limite il frutto di un consenso unanime; quindi avendo in sé il principio regolatore della propria unità rappresentato dall’ufficio petrino. Pietro era parte integrante del collegio apostolico, ma insieme aveva una autorità autonoma rispetto al collegio: egli «divenne il soggetto di un vero vicariato personale. Questo non dipende dal consenso degli altri apostoli, altrimenti non vi sarebbe che un vicariato collegiale» scrive Johannes Cornelis Groot. Però, non deve separarsi o leggersi come indipendente neppure la funzione petrina, perché la potestà che è stata conferita a Pietro gli è stata data «in quanto egli si trovava in seno al collegio»; quindi, «in comune accordo con il collegio (…) egli compie una funzione unificatrice in virtù dello Spirito che deve svolgere il suo vicariato personale nei confronti di tutta la Chiesa».

Alla luce di queste considerazioni, si coglie meglio la qualità della riforma della Curia e degli strumenti di governo realizzata da Paolo VI, nell’adempiere alle indicazioni conciliari e nel proseguire con ulteriori innovazioni, tra le quali quella del Sinodo dei Vescovi. La Curia romana è stata rinnovata alla luce delle trasformazioni proprie della dimensione planetaria in cui vive oggi l’umanità, ciò ha portato ad organizzarla in senso internazionale, facendone il centro di una pluralità di organismi necessari e adatti a rispondere alle esigenze di una società globalizzata e interdipendente.

Il decreto Christus Dominus del 28 ottobre 1965 detta le linee programmatiche della riforma, sottolineando che «i dicasteri sono stati costituiti per il bene della Chiesa universale» e che quindi «i loro membri, il loro personale e i loro consultori, come pure i legati del romano pontefice, nei limiti del possibile» devono essere «in più larga misura scelti dalle diverse regioni della Chiesa»; altrettanto, «gli uffici, ossia gli organi centrali della Chiesa cattolica, presenteranno un carattere veramente universale». Per favorire, poi, una sempre più ampia partecipazione dell’episcopato e del laicato agli organismi del governo centrale, si auspica «che tra i membri dei dicasteri siano annoverati anche alcuni vescovi, specialmente diocesani, che possano in modo più compiuto rappresentare al sommo Pontefice la mentalità, i desideri e le necessità di tutte le Chiese». Per il Decreto, infine, è molto utile «che i dicasteri chiedano, più che in passato, il parere dei laici che si distinguono per virtù, dottrina ed esperienza, affinché anch’essi svolgano nella vita della Chiesa il ruolo che loro conviene».

In questa nuova dimensione internazionale, la Curia s’è arricchita di organismi e strumenti capaci di relazionarsi con tutti gli Stati, l’Onu, le altre religioni e segmenti di umanità con i quali la Chiesa vuole dialogare e arricchire le proprie relazioni. Ricordo alcune delle loro titolazioni per un motivo preciso, perché per loro tramite riusciamo a comprendere quanto la Chiesa, per impulso di Paolo VI, sia sempre più attenta ai problemi urgenti che affliggono l’umanità, le persone e le organizzazioni che ne fanno parte. In primo luogo, il Pontificio Consiglio per l’unione dei cristiani, la cui competenza riguarda un argomento, l’ecumenismo, al quale Paolo VI ha dedicato un’attenzione continua, direi strenua. Un ruolo strategico ha svolto, dall’inizio sino ai giorni nostri, il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, mediante il quale la Chiesa è entrata in relazione con tutte le religioni del mondo, favorendo un dialogo che nei tempi più recenti si rivela indispensabile per combattere ogni tipo di fondamentalismi, anche quelli più aggressivi.

Con la mente possiamo andare ai primi grandi viaggi di Paolo VI, che stupirono il mondo, in India, nelle Filippine, in Africa, e oggi possiamo ricordare il recente viaggio di Papa Francesco in Egitto nel quale, oltre a incontrare il Papa della Chiesa Copta, ha gettato un ponte, con il dialogo con l’università araba di Al Azhar per combattere ogni violenza nel nome della religione, per lanciare un messaggio affinché le religioni lavorino tutte per la pace e condannino ogni forma di terrorismo. Quasi tutti i commentatori hanno sottolineato il valore dell’appello di Francesco e in effetti nel suo messaggio c’è un punto di non ritorno, rivolto ai credenti di ogni fede, in particolare a quelli delle religioni monoteiste. La religione e il Dio della Bibbia sono la religione della libertà e il Dio della vita, e ogni qualvolta si evoca la fede per giustificare l’oppressione, l’omicidio, il terrorismo, si perseguono interessi alieni e inconfessabili, si umiliano le persone, si rovescia il messaggio d’amore che Dio sparge nel cuore degli uomini. Le parole utilizzate da Francesco evocano altri messaggi di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, eppure per il contesto in cui sono pronunciate e gli interlocutori cui si rivolgono, sono nuovi e possono smuovere le montagne, cambiare equilibri storici consolidati.

Con le stesse finalità, di avvicinare i popoli e le nazioni, superare antichi steccati tra religioni, lavorare insieme per affrontare i problemi nuovi che la famiglia umana sta conoscendo, sono stati istituiti altri importanti organismi, divenendo con il tempo centrali nell’azione della Chiesa. Ricordo il Pontificio Consiglio per il dialogo con i non credenti, istituito nel 1965, la Commissione Iustitia et Pax, istituita con il motuproprio Iustitiam et pacem nel 1976, e che ha visto crescere le proprie competenze e iniziative nel corso del tempo. A questi si aggiunge l’istituzione nel 1974 della Commissione per i rapporti con l’ebraismo, per favorire in ogni modo la fine di ogni discriminazione verso gli ebrei e alimentare lo speciale rapporto che unisce i cristiani al popolo al quale nel Vecchio Testamento è stata fatta da Dio la promessa, tuttora permanente, della salvezza.

Un richiamo particolare, per evidenti motivi, merita l’istituzione nel 1970, da parte di Paolo VI, della Commissione per la pastorale delle migrazioni, che più tardi ha assunto la titolazione di Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, perché segnala l’attenzione di Paolo VI e della Chiesa, per un fenomeno che non era allora in piena espansione e che però anticipava l’attuale processo di globalizzazione. Esso vede oggi la Chiesa all’avanguardia della difesa dei diritti degli emigranti, insieme ai diritti delle società che li accolgono per procedere a una più giusta ed equa integrazione.

Se queste sono soltanto alcune delle innovazioni strutturali e funzionali della curia romana, noi dobbiamo guardare a esse con gli occhi della realtà, e alla luce degli sviluppi che il governo universale della Chiesa ha conosciuto proprio con il pontificato di Paolo VI, e con quelli dei suoi successori. Abbiamo visto, secondo una bella immagine dello stesso Paolo VI, che la cattedra di Pietro ha potuto avvicinarsi ad ogni popolo, Pietro ha potuto essere accolto in ogni angolo della terra, e più volte Paolo VI, e i suoi successori, sono intervenuti nelle più importanti sedi internazionali, e nei più gravi momenti di crisi dei rapporti tra gli stati: ciò è dovuto anche a ragione di una struttura del governo della Chiesa che ha voluto recepire, comprendere, i bisogni che singoli popoli, importanti aree geo-politiche, la stessa comunità delle nazioni esprimevano in tanti momenti difficili della più recente storia.

di Pietro Parolin

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23 maggio 2018

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