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Montini
i giornalisti e i geroglifici

· Recuperato un discorso di Paolo VI alla Stampa estera in Italia ·

Ernst Günter Hansing, «Studio per il ritratto di Paolo VI» (1969-1970)

Un librino tanto piccolo quanto intelligente è Paolo VI, i giornalisti e i geroglifici (Monopoli, Edizioni Viverein, 2018, pagine 51, euro 5) curato da monsignor Leonardo Sapienza e introdotto da Marcello Semeraro, vescovo di Albano. Il titolo singolare è tratto da un’espressione che Montini rivolge ai giornalisti della Stampa estera in Italia il 28 febbraio 1976 in un discorso in buona parte improvvisato e che è stato recuperato dal prezioso archivio sonoro della Radio vaticana. Dal testo, largamente commentato da Semeraro, appaiono con evidenza il tentativo del papa di voler stabilire un colloquio con il mondo e la sua coscienza di un rapporto, «silenziosa conversazione», con i giornalisti che in qualche modo il mondo rappresentano. Ed è lo stesso atteggiamento che un decennio prima aveva colpito Alberto Cavallari, autore il 24 settembre 1965 della più riuscita intervista a un pontefice, pubblicata sul «Corriere della sera» del 3 ottobre successivo mentre Paolo VI s’imbarcava sul volo che l’avrebbe portato a New York, dove il giorno successivo parlò alle Nazioni unite. Oggi — disse il papa al giornalista, che nel 1966 incluse il colloquio nel suo libro Il Vaticano che cambia — non è più come un tempo, oggi «milioni di persone non hanno piú fede religiosa. Di qui nasce la necessità per la Chiesa di aprirsi. Dobbiamo affrontare chi non crede piú e chi non crede in noi dicendo: noi siamo fatti cosí, diteci perché non credete, perché ci combattete». E continua Cavallari: «“Ecco il dialogo” ha concluso [Paolo VI] tornando al sorriso. “È proprio tutto qui, vede”. Parlare, spiegarsi, desiderare che l’interlocutore non si senta “isolato”, saper ascoltare, cercare continuamente di distruggere i diaframmi che si creano tra un uomo e un papa, non abbandonarsi a una parte facile, con preoccupazione continua, m’è sembrata una parte fondamentale del carattere di Paolo VI. La coscienza che un papa moderno debba affrontare il rischio del discorso diretto, mobile, umanamente vero, m’è sembrato un dato preciso della sua figura, che pare difficile perché continuamente sfuggente all’oleografia. Ma ciò risulterà bene dal resto della conversazione mai “recitata”, sempre tesa nella franchezza». Nel discorso ora pubblicato Montini parla con confidenza ai giornalisti e, come nota il vescovo di Albano, richiama alcuni punti caratteristici del pontificato, consapevole delle difficoltà di farsi capire ma altrettanto determinato a chiedere ascolto. Come ancora notava Cavallari nel 1965: «Vedevo un uomo disteso, spontaneo, poco somigliante al papa scarno, teso, oppure introverso, oppure nervoso, oppure diplomatico, che solitamente si descrive. “Ci fa piacere, sa, parlare del Vaticano” ha detto subito il papa affabilmente, con espressione arguta. “Oggi molti cercano di capirci e di studiarci. Ci sono tanti libri sulla Santa Sede e il Concilio. E alcuni sono anche ben fatti, vede. Ma molti assicurano che la Chiesa pensa certe cose senza aver mai chiesto alla Chiesa cosa pensa. Mentre, dopotutto, anche il nostro parere dovrebbe contare qualcosa in tema di religione”. Qui il papa ha fatto una pausa, una parentesi divertita. Poi ha continuato spegnendo il sorriso: “Ma ci rendiamo conto che non è facile intendere ciò che viene fatto e viene discusso nel mondo della Chiesa. Anche il papa, sa, certe volte fatica per capire il mondo d’oggi”». A conferma di un rapporto sempre difficile ma che resta indispensabile. (g.m.v.)

Gentili signore e signori dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, innanzitutto, devo esprimere la mia compiacenza per le parole che adesso abbiamo ascoltate, alcune delle quali rievocano ricordi, precisano date che non ci erano ignote ma che, sentite ripetere in questa occasione, sollevano nel nostro animo tanti ricordi, tante reminiscenze e tante avventure nel campo della notizia e dell’informazione. Qui c’è Monsieur Bergerre, che può essere buon testimonio perché conosciamo la sua amicizia e la sua partecipazione al nostro incontro, che una volta era quasi settimanale — non è vero? — quando noi eravamo alla Segreteria di Stato, ma che ci dimostra con la sua stessa presenza la fedeltà che questo gruppo, questo servizio, questa espressione dell’opinione pubblica organizzata in Italia tiene verso di noi, con delle relazioni che noi apprezziamo moltissimo e che ricambiamo con grande cordialità.

Dunque, siamo particolarmente felici di accogliere quest’oggi, nelle vostre persone, i qualificati e benemeriti rappresentanti della stampa estera in Roma. Il vostro sodalizio, infatti, per la lunga esperienza accumulata, per il carattere internazionale dei suoi componenti e più ancora per lo spirito fraterno che lo pervade, costituisce un eloquente esempio di pacifica collaborazione e di emulazione nella vostra alta funzione di informatori del pubblico, e non solo del pubblico d’immediata vicinanza, ma del pubblico internazionale.

Per noi, poi, quest’incontro è un’occasione propizia per ringraziarvi del contributo che, in vario modo, voi avete dato allo svolgimento dell’anno santo. E poiché siete espressione diretta dell’opinione pubblica, ci piace ora ripetere dinanzi a voi quanto abbiamo detto, a proposito del giubileo, ai membri del corpo diplomatico, accreditato presso la Santa Sede, e cioè l’anno santo ha dimostrato che la Chiesa è viva! I milioni di fedeli, accorsi nell’Urbe, non erano soltanto i rappresentanti di quel che si potrebbe chiamare il cristianesimo consuetudinario e popolare, ma anche della gioventù, delle nuove generazioni e dei credenti che cercano di approfondire e di maturare la fede. Tanti laici, uomini e donne, sacerdoti e vescovi hanno fatto di Roma, in tutto l’arco del periodo giubilare, quasi la parrocchia della Chiesa universale, rendendo esemplare testimonianza presso le memorie apostoliche del loro impegno cristiano e della loro adesione, altresì, ai permanenti e vitali ideali del rinnovamento e della riconciliazione.

Quanto a voi, il fatto di esercitare la vostra professione qui a Roma vi consente di osservare da vicino la vita della Chiesa, nel suo cuore: sappiate che noi sentiamo il vostro sguardo e la vostra attenzione fissata e concentrata sopra di noi. Non è che questo modifichi e renda meno libero il nostro atteggiamento, ma siamo coscienti della silenziosa conversazione che avviene proprio per il fatto che ci scambiamo questo sguardo e questa coscienza. Voi rivolgete verso di noi la vostra attenzione, noi sentiamo una certa, non dico soggezione, una certa responsabilità di presentarci nella autenticità che crediamo dover essere la nostra.

Il fatto, dicevo, di esercitare la vostra professione qui a Roma, vi consente di osservare da vicino la vita della Chiesa, e nel suo cuore: ciò che sembra facilitare la coscienza e la conoscenza di questa istituzione. Ecco, non so se voi avete fatto questa esperienza psicologica, ma credo di sì. Perché? Perché mentre si crede che questa conoscenza sia più facile, a ben osservare ciò esige uno sguardo assai più attento alla singolare complessità della Chiesa stessa. Se noi abbiamo una osservazione, un desiderio da manifestare a voi, è proprio questo: che ci conosciate nella nostra complicazione, nella nostra complessità e diciamo nella nostra ricchezza, di cui siamo eredi e custodi. E proprio questo fenomeno avviene nel suo centro, al centro della Chiesa più che altrove, in se stessa e nelle relazioni con la società civile e con i differenti Stati, i quali hanno con la Chiesa dei rapporti particolari, qualificati e pacifici con alcuni, riservati e non sempre facili con altri.

Solo chi conosce questa complessità della Chiesa: fatto religioso per eccellenza, che pretende raggiungere in una realtà misteriosa un rapporto vivente e soprannaturale con la divinità; fatto storico indubbiamente singolare per la sua coerenza interiore, per la sua bimillenaria durata e per la sua tormentata, ma sempre tenace esistenza; fatto umano, che una libera e spontanea, ma estremamente solida organizzazione riveste d’un volto sociale determinato: quello di popolo di Dio, di società visibile e organizzata, diversa e autonoma, ma convivente, anzi tendenzialmente animatrice della stessa società temporale, può comprendere — chi ha appunto la visione di queste diverse facce della Chiesa — può comprendere come sia difficile, e al tempo stesso doveroso e interessante, guardare alla Chiesa nei suoi aspetti simultaneamente complicati e molteplici.

Voi siete degli osservatori, ancora prima d’essere informatori. Noi sappiamo d’avere spesso per voi una difficoltà, quella di farci davvero conoscere e comprendere; e sentiamo (ma lo diciamo a bassa voce per non comprometterci con dei doveri che dopo forse non manteniamo), cioè sentiamo il dovere di servirvi e di rendere facile l’accesso alle nostre sorgenti di vita, dei nostri fenomeni, dei nostri avvenimenti, delle nostre notizie. Un po’ si è fatto: chi ha seguito in questi ultimi anni le vicende della nostra sala stampa sa che una certa buona volontà c’è; ma voi siete esigenti, e nessuno contesta questa vostra esigenza, anzi. Noi siamo lieti che voi desideriate conoscerci e faremo del nostro meglio perché la nostra conoscenza sia più facilmente accessibile e più fedelmente documentata. Voi siete degli osservatori, dicevamo, prima di essere degli informatori. Noi sappiamo di essere spesso per voi di difficile comprensione: uno viene a Roma, crede di vedere tutto perché ha veduto la cupola di San Pietro, o ha veduto gli svizzeri al Portone di Bronzo: «Ah, questa è Roma». C’è qualche cosa d’altro, sapete, noi temiamo perciò d’essere giudicati secondo una conoscenza superficiale, unilaterale e parziale della nostra realtà; ci sentiamo noi stessi — noi stessi! — rivestiti di mistero, e non possiamo spesso rinunciare, nei riguardi vostri, ad essere meglio conosciuti, non tanto nei nostri fenomeni esteriori, che possono essere talvolta — siamo uomini! — inferiori a ciò ch’essi personificano e rappresentano, ma nella autenticità della nostra investitura spirituale e, diciamo pure, messianica. Viene allora alle nostre labbra l’antica parola d’uno dei primi apologisti della professione cristiana, Tertulliano, che ne prendeva, da avvocato qual era, le difese con la celebre parola: ne ignorata damnetur, nessuno condanni il cristianesimo perché non lo conosce. Ora, se la vita interna della Chiesa — la quale è una comunione di fede, e non una semplice comunanza di opinioni — richiede per essere pienamente compresa uno sguardo penetrante che sia già illuminato dalla fede, essa tuttavia non sfugge all’osservazione e al giudizio critico del giornalista, che ha il compito di riferirne al pubblico, come fa, del resto, per le altre società e per gli altri movimenti di vita e di pensiero. È naturale, pertanto, che noi vi domandiamo, cari signori, di avere, nei riguardi della Chiesa e dei suoi membri, nei riguardi di ciò che è veramente essenziale e specifico nelle sue strutture e nel suo insegnamento, un’acuta attenzione: siamo difficili, bisogna che ci leggiate dentro, bisogna che penetriate questo alfabeto poco conosciuto alla cultura moderna e comune; noi vogliamo essere letti nel senso profondo, come se si leggessero [accenna a un sorriso] dei geroglifici di una piramide — chessò io — egiziana. Se non si legge questo, non si comprende quello che significa quel monumento. Qualche cosa di analogo avviene per noi, se non sapete leggere ciò che noi veramente esprimiamo con i nostri segni, i nostri riti, i nostri costumi, la nostra storia e, diremo anche, con i nostri difetti, non possiamo forse farci veramente conoscere da voi. E voi potete parlare e dire tante cose di noi, senza indovinare veramente la realtà che qui si nasconde. È naturale pertanto che noi vi domandiamo, cari signori, di avere nei riguardi della Chiesa e dei suoi membri, nei riguardi di ciò che è veramente essenziale e specifico nelle sue strutture e nel suo insegnamento, un’acuta attenzione, una speciale sensibilità, non mai minore a quell’atteggiamento comprensivo e quello stesso rispetto che viene riservato alle altre società o organismi che hanno diritto di cittadinanza e di parola nel mondo. Il pluralismo, che è tanto esaltato nella società contemporanea, richiede per lo meno la tolleranza e il rispetto per le opinioni degli altri. Eppure si assiste oggi, qua e là, a manifestazioni di impazienza e di intolleranza, delle quali è talora vittima anche la Chiesa cattolica, mentre non sempre si leva la protesta dell’opinione pubblica e la voce di voi giornalisti, che ne sono gli interpreti e le guide.

Le relazioni della Chiesa, poi, con gli Stati e, in senso più generale, i suoi interventi in campo temporale sono anch’essi oggetto di diversa interpretazione. Per alcuni, la Chiesa dovrebbe limitarsi ad annunciare il Vangelo, senza interferire nel settore temporale; per altri, al contrario, la Chiesa dovrebbe mettere tutto il peso della sua autorità morale nella battaglia per la giustizia e nella lotta contro ogni ingiusta oppressione. Si tratta, ovviamente, di due posizioni estreme, mentre il problema è da porre — noi pensiamo — in maniera diversa: la liberazione dell’uomo è, in realtà, un aspetto inseparabile dalla sua salvezza integrale, quella operata da Gesù Cristo. Per questa liberazione la Chiesa s’impegna con tutte le sue forze, ma senza mai rinunciare a proclamare direttamente il Vangelo, che ne è lo scopo supremo e forma la base e la radice della sua missione.

È dunque in virtù di un’idea più alta dell’uomo e del suo destino che la Chiesa interviene spontaneamente là dove è in giuoco la felicità e l’infelicità dell’uomo. Questa è la ragione, ad esempio, per cui essa ha accettato con gratitudine, recentemente — voi lo sapete — l’invito di partecipare alla conferenza di Helsinki, le cui conclusioni, se saranno applicate lealmente, dovrebbero contribuire effettivamente alla sicurezza e alla pace, mediante la libera circolazione delle persone, il libero scambio delle idee e l’affermazione della libertà religiosa.

Questi ideali di libertà e di salvaguardia dei diritti della persona umana ci sono comuni e ci sono egualmente cari. Pertanto, noi ci permettiamo — non sappiamo mai rinunciare a far la predica! — ci permettiamo di rivolgervi qui un appello ed una pressante preghiera.

Siate attenti a difendere sempre e da per tutto i giusti diritti e la vera libertà delle persone, senza compiere discriminazioni parziali, come, purtroppo, accade a motivo dei regimi politici che sono in causa, e delle scelte personali che ci rendono sensibili unicamente nei confronti delle vittime, di cui condividiamo le idee o le convinzioni. Questa parzialità non è, direi, conforme allo statuto fondamentale della vostra professione.

Siate i difensori della vita umana: ce n’è bisogno, davvero. Oggi, di opinione pubblica si vive; ciò che voi dite, ciò che voi fate è il fenomeno di un pensiero comune, collettivo che nasce dalla vostra professione, è un servizio grande, è la civiltà che parla, che si pronuncia. E allora, siate i difensori della vita umana, dovunque, dovunque essa è minacciata, soprattutto di coloro che sono indifesi; e quando il ricorso alla guerra non sembra giustificato da un’assoluta necessità di giustizia. Sappiate difenderla.

E poi, non rimanete muti quando la dignità e l’onore della persona umana sono minacciati dalla violenza, dallo sfruttamento economico, dal rilassamento dei costumi, del quale la nostra società permissiva dà troppo spesso triste spettacolo.

E siate persuasi — faremo anche l’apologia — che se la Chiesa, in tale materia, recentemente ha stimato necessario di ricordare il suo insegnamento di sempre, sebbene aggiornato secondo le indicazioni delle scienze moderne, essa è stata ispirata, ancora una volta, dall’amore per l’uomo: che interesse abbiamo noi ad alzare la voce su certi fenomeni sociali e di costume, se non proprio per un amore, per una comprensione? Ci siamo definiti, una volta (e la cosa ha avuto una certa eco, perché ci sentiamo ritornare la ripetizione di questa parola) “esperti in umanità”. Ebbene, questa esperienza ci autorizza e ci obbliga, tante volte, a prendere la parola anche su certi aspetti che non sono né condivisi, né accetti a tanti nostri ascoltatori. Ma essa, sappiate, è stata ispirata dall’amore per l’uomo e da un’altissima concezione della sua dignità e quella dell’amore umano.

E non parliamo poi del rispetto dovuto al lettore. Partendo da informazioni incomplete e troppo spesso parziali, mediante ragionamenti fallaci, si giunge ad imporre al lettore il proprio giudizio, mettendolo nella impossibilità di formarsi, almeno in un primo tempo, un’opinione personale. L’informatore non dovrebbe soverchiare il pensiero del suo lettore, del suo cliente, ma dovrebbe educarlo a pensare da sé.

Questa forma, che avviene spesso, di violenza intellettuale del gioco dell’opinione pubblica si ritorce, in fin dei conti, contro coloro che la praticano, perché voi sapete per esperienza come i ceti popolari stessi, che costituiscono la massa dei vostri lettori, rimangano sensibili alla fine a ciò che è vero, a ciò che è giusto e a ciò che è bello.

L’onore della vostra professione è quello di essere i difensori accreditati della verità, i giustizieri del bene e del male, i formatori della coscienza morale e civica dell’opinione pubblica. La vostra responsabilità di fronte alla società è grande, ma lo è anche davanti alla vostra stessa coscienza e davanti a colui, di cui essa è la risonanza, più o meno forte, nell’intimo di ciascuno di noi.

Nel ringraziarvi ancora di questa vostra visita e di questa opportunità che ci avete concesso di dirvi qualche parola, noi preghiamo il Signore di aiutarvi ad affrontare con coraggio cotesta responsabilità, di cui noi ben valutiamo le difficoltà. Noi imploriamo la sua benedizione, la benedizione di Dio sopra di voi e sulle vostre famiglie e vi ripetiamo volentieri la nostra fiducia ed il nostro incoraggiamento, e per il vostro avvenire, i nostri migliori auguri.

Che ci sia permesso davvero di dare l’unico tesoro che noi abbiamo, cioè la nostra benedizione. E poi, con l’augurio — appunto — del buon anno, che abbiamo adesso iniziato, di dare all’uscita di questa adunanza un piccolo ricordo: noi abbiamo scritto nientemeno — e sia detto questo con un po’ di coscienza di autodifesa: siamo sempre accusati di essere uccelli di malaugurio, che portano la tristezza, che portano la melanconia, la paura, gli scrupoli eccetera — abbiamo scritto una parola sulla gioia cristiana, perché crediamo che questa sia l’emanazione più spontanea, più genuina che possa nascere da chi possiede veramente il tesoro del contatto con Dio e dell’appartenenza alla Chiesa. Vi daremo quindi un’edizioncina che abbiamo fatto con cura — è degna di voi — della nostra recente esortazione sulla gioia di Cristo Gaudete in Domino. E anche, e anche una medaglietta superstite dell’anno santo, perché abbiate almeno il sigillo di questa memoria che noi auguriamo sempre benefica e opportuna per voi.

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25 agosto 2019

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