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Il volto interiore
di Montini

· Tra parola e scrittura ·

Giovanni Battista Montini veniva eletto vescovo di Roma il 21 giugno 1963. La sua nomina, dopo Giovanni XXIII, era attesa, ma incominciò per lui l’ultima stazione della sua Via crucis. Al suo pontificato, segnato da opere di altissimo valore — basterebbe ricordare la laboriosa continuazione e conclusione del concilio Vaticano ii — non furono risparmiati, da diverse provenienze, rozzi attacchi e numerose diffidenze, sopportate con l’esemplare e straordinaria virtù di un santo. L’ingiustizia di un tale atteggiamento critico e persino denigratorio colpisce ancora di più, se si richiama la persona di Montini, un uomo dall’indole profonda e buona. 

Ernst Günter Hansing «Studio per il ritratto di Paolo vi» (1969-1970)

Colpiva certamente in lui la vastissima cultura, per altro consistente non in una intellettualistica e ingombrante erudizione, ma in una profonda e penetrante, si amerebbe dire esistenziale, esplorazione dell’anima. Nel suo sapere si ritrovavano l’impronta viva del suo grande maestro, padre Giulio Bevilacqua e lo spirito filippino attinto all’Oratorio bresciano della Pace, da lui frequentato negli anni ardenti e vivaci della sua formazione e delle sue prime iniziative di impegno culturale e sociale, che provenivano dal suo animo nativamente aperto e teso verso ogni forma e traccia di verità. Suo grande maestro sarà, insieme a sant’Agostino, san Tommaso, che conosceva per diretta e ampia frequentazione e del quale ha lasciato una messe copiosa di citazioni manoscritte, del quale si sta preparando l’edizione. La cultura di Montini non ha mai significato chiusura interiore o compiaciuto isolamento in se stesso.
Al contrario, quella cultura si accompagnava e si fondeva mirabilmente col suo animo, sensibilissimo, contrassegnato da sincera e delicata attenzione verso gli altri, chiunque fossero, pur sempre nella limpida e ferma professione dei principi della verità cattolica, anche a costo di subire per questo mordenti e dure opposizioni.
E se vogliamo ricordare subito la caratteristica distintiva delle sue scelte e delle sue affinità spirituali possiamo subito affermare che esse avevano come loro centro unificante, esplicitamente riconosciuto ed esaltato, la figura di Cristo, quale egli la ritrovava in particolare nell’apostolo Paolo, del quale sorprendentemente, eletto al soglio pontificio, assumerà il nome e la passione.
Dopo aver servito la Santa Sede, e in particolare Eugenio Pacelli, segretario di Stato e poi Pontefice, Montini venne nominato arcivescovo di Milano. Quella disposizione non mancò di sorprendere, e forse lo stesso interessato ne restò stupito. In ogni caso, egli venne nella metropoli lombarda in docile e consapevole spirito di fede e di obbedienza. Quanto alla Chiesa ambrosiana — che nel suo calendario liturgico lo venera come beato il 30 maggio — lo accolse con gioia e compiacimento, dopo il lungo episcopato del cardinale Schuster, il “liturgo” per eccellenza, diversissimo da Montini, che pure, a sua volta, trovava nella liturgia la fonte primaria e l’ispirazione viva della pietà e della pastorale.
Esattamente i milanesi, a partire dalla piovosa Epifania del 1955, quando Montini fece il suo applaudito ingresso in diocesi, vennero ammirando d’anno in anno la sua dedizione come pastore sollecito e maestro illuminato, volto a profondere per loro la ricchezza incomparabile delle sue doti intellettuali e spirituali. Si colse subito l’originalità della sua scrittura, la profondità della sua parola, che si vedeva come nascere e salire dal profondo dell’anima che l’aveva lungamente meditata, in una piena disponibilità a collaborare alle iniziative ardimentose e geniali messe in atto dal nuovo arcivescovo, come la Missione di Milano.
Montini è sempre stato una guida sapiente, affidabile e delicatissima delle anime, che abitualmente avvertivano la sua presenza non come un’invadenza indiscreta, pronta a giudicare, ma come un invito amico e liberante. Egli anzitutto sapeva ascoltare l’interlocutore, il quale dall’incontro con lui serbava poi un ricordo e una traccia che difficilmente si affievoliva o si cancellava.
Era, potremmo dire, lo stile di Montini, quello della civiltà dell’amore anzitutto applicata alle singole persone.
Qualcuno con molta superficialità amava parlare di un Montini amletico e tergiversante. In realtà non si trattava dei tentennamenti di una mente titubante, raggomitolata e complicata, ma della riflessione e della prudenza di chi, mentre vedeva immediatamente le situazioni, ne rilevava i multiformi aspetti, e li considerava attentamente in vista di una scelta che fosse non impulsiva, precipitosa e inavveduta, ma prudente, illuminata e costruttiva.
Certo, la conseguenza della ricchezza dell’anima di Montini comporta che, per comprenderlo, si debbano percorrere con la massima attenzione le vie molteplici che conducono a lui e a lui convergono. Esattamente per questo genere di cammino, disponiamo ora di una guida, curata da Giovanni Maria Vian, che è quasi una iniziazione: Un uomo come voi. Testi scelti 1914-1978 (Genova, Marietti, 2016, pagine 200, euro 16).
A chi legge o rilegge questi testi appare, luminoso, il volto interiore di Montini: un uomo come noi, sicuramente, e pure anche un uomo assai diverso, l’incontro col quale, in ogni caso, ci inonda di una grazia e di una dolcezza incomparabili. 

di Inos Biffi

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12 dicembre 2019

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