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Monster’s Ball

· Il film ·

È un film duro. Molto duro. Soprattutto per la violenza psicologica che — specie nella prima parte — scava e travolge come implacabile bulldozer tutto quello che trova lungo la via. Eppure, la storia raccontata nel film Monster’s Ball (2002), del regista statunitense Marc Forster, dimostra come anche nella desolazione esistenziale, nella povertà emotiva che parrebbe senza speranza, una fiammella c’è. Scaturisce, con enorme fatica in una pellicola dominata da silenzi fragorosi, dall’incontro tra l’afroamericana Leticia, moglie di un condannato a morte e madre di un bambino obeso, e il razzista Hans, che lavora nel braccio della morte di una prigione della Georgia, come suo padre prima di lui e come suo figlio Sonny, assunto da poco. La donna e l’uomo si incontreranno sul precipizio dell’ennesimo dramma, dapprincipio ignari che le loro strade si sono già incrociate, quando Hans ha accompagnato il marito di Leticia alla sedia elettrica. La verità sarà sale ulteriore su vite già molto provate, ma Leticia — interpretata da Halle Barry, che per questa parte sarà la prima afroamericana a vincere il premio Oscar come migliore attrice protagonista — troverà la via per riconciliarsi con la vita. L’esecuzione capitale apre il film, il tentativo (riuscito) di superare la disperazione lo chiude. (@GiuliGaleotti)

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17 agosto 2019

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