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Un francobollo dedicato a Pino Puglisi

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L’Ufficio filatelico e numismatico dello Stato della Città del Vaticano ha deciso di dedicare un francobollo commemorativo a don Pino Puglisi, martire di mafia. Il sacerdote palermitano è morto ormai da venticinque anni ma, come questa iniziativa dimostra, continua a parlare al mondo il linguaggio dell’attualità, della coerenza, della concretezza, nella direzione giusta. Uno che è andato oltre è stato il presbitero palermitano. Non solo per aver interpretato la pluralità come un valore. Non tanto per aver ribadito, sul piano culturale, la contrarietà a ogni forma di guerra nel nome di Dio. Non certo per essere stato un professionista dell’antimafia, nel significato che tale accezione ha nelle cronache e, per molti versi, nella moda. Nulla di ciò: molto di più. Soprattutto, molto di diverso. 

Puglisi per primo, utilizzando le categorie proprie di un pastore, ha posto la Chiesa di fronte alla scelta. Da che parte stare, di fronte alla mafia e ai mafiosi che, spesso, scimmiottano linguaggi e gesti devozionali e religiosi? Che rapporto avere con un’organizzazione spietata e immorale che attraverso i suoi adepti si professa — a parole — credente, almeno esteriormente, frequentando le chiese, vestendo i panni dei padrini, guidando le processioni, abbondando di immaginette sacre e persino usando nei propri rituali forme religiose? La risposta di Puglisi è stata chiara, netta, perciò diede fastidio ai capi in testa: con la mafia non si può convivere, facendo finta che si tratti soltanto di zizzania da lasciar crescere. Con la mafia la Chiesa non può mostrarsi tollerante, sebbene distinta e distante. Ma neppure basta solo combatterla, verbalmente, civilmente, fino a far diventare questo impegno quasi una professione. La mafia si batte, ha testimoniato Puglisi, andando oltre questi modi d’essere e di pensare, ovvero creando una diversa rete di aggregazione sociale e culturale, che rigenera le persone e tutela i ragazzi da ogni adescamento e affiliazione.
Il sacrificio cruento di quel prete insegna il vero stile della testimonianza cristiana, che non alza barricate o frontiere, ma parla il linguaggio dell’amore di Dio verso la Chiesa e il mondo. Dichiarò un teste del processo canonico: «Tutto l’atteggiamento di padre Puglisi a Brancaccio è stato improntato al richiamo (in senso letterale, cioè, come chiamata per far tornare indietro) diretto ai mafiosi perché si pentissero e cambiassero atteggiamento […] segno di reale interesse di padre Puglisi per la salvezza dei peccatori, anche i più incalliti» (Pos. suppl., 36).
Senza spettacolarismi né protagonismi: Puglisi, prete semplicemente prete. Fu ucciso dalla mafia in odium fidei, vale a dire per odio alla fede cristiana. Uccidendolo, credettero di averlo zittito. Sbagliavano. Puglisi vive, e oggi sorride anche dai francobolli. 


di Vincenzo Bertolone
Arcivescovo di Catanzaro-Squillace
postulatore della causa di beatificazione

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23 maggio 2018

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