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Molto di Benedetto XVI Tutto di Papa Francesco

· La presentazione dell’enciclica ·

La domanda meno prevedibile è stata: «Perché l’ordine è inverso?». Il  giornalista del «The Wall Street Journal», presente all’incontro di presentazione della Lumen fidei che si è svolto presso la Sala Stampa della Santa sede il 5 luglio, non si è soffermato sulla questione dell’attribuzione — dove finisce la stesura di Benedetto XVI e dove inizia il testo scritto da Papa Francesco nella prima enciclica della storia scritta a quattro mani — un dibattito che, comprensibilmente, ha quasi monopolizzato lo spazio domande a fine incontro. L’ordine inverso fa  riferimento, invece, alla trilogia che dalla Deus Caritas est passando per la Spe salvi, fino ad arrivare alla recentissima Lumen fidei accompagna il cristiano a riscoprire le tre virtù cardinali, obiettivo e strumento del cammino: fides, spes e ratio, fede, speranza e carità. Nell’ordine fissato dalla tradizione, la fede viene per prima, la carità per ultima; evidentemente c’è un preciso messaggio in questa scelta, ha concluso il giornalista del quotidiano economico americano.

L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione, che ha presentato l’enciclica insieme al cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei vescovi, e al prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, Gerhard Ludwig Müller, ha risposto dicendo che il “primato dell’amore” origine e fondamento di tutto ha una solida base scritturale: nella prima lettera di Giovanni si parla esplicitamente della natura di Dio come àgape.

«La speranza — ha continuato il cardinale Marc Ouellet — è il fidarsi di Dio sempre, anche nella prova, certi che non c’è delusione per chi si affida al Signore, mentre la fede potremmo definirla come il momento dell’accoglienza, dell’adesione all’amore». La carità invece è un movimento, è la fede che diventa azione, deriva «dallo “sposare” il movimento stesso dell’amore».

Alla domanda esplicita su quali siano le parti da attribuire a Benedetto XVI e quali a Papa Bergoglio, sia Müller che Ouellet hanno inizialmente risposto con una battuta: «non è un patchwork» e «quando l’hanno scritta non c’ero!».

Non serve a molto sezionare e disarticolare questo testo ha poi aggiunto Ouellet: «nell’enciclica c’è molto di Benedetto XVI e c’è tutto di Francesco, perché ha assunto il testo nel suo ruolo di testimone della fede. Non dobbiamo cercare la frase dell’uno o dell’altro».  «È un testo unico, unitario», ha ribadito Müller.

«Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede» si legge nell’enciclica. «Che significa, in concreto, nella vita di tutti i giorni, che il cristiano non deve essere arrogante?» ha chiesto Giuseppe Rusconi, del «Corriere del Ticino». «Una verità comune — sottolinea il testo della Lumen fidei — ci fa paura, perchè la identifichiamo con l’imposizione intransigente dei totalitarismi. Se però la verità è la verità dell’amore, se è la verità che si schiude nell’incontro personale con l’Altro e con gli altri, allora resta liberata dalla chiusura nel singolo e può fare parte del bene comune la fede».

«La verità non può mai offendere nessuno — ha risposto Rino Fisichella, citando Giovanni Paolo II — dobbiamo sempre essere pronti a rendere della ragione della speranza che è in noi, come si legge nella prima lettera di Pietro; è l’estremizzazione della verità che rende arroganti e fondamentalisti».

«La voce profetica, di critica e di denuncia — ha continuato Müller — deve essere sempre libera di alzarsi», «ma la verità è una ricerca compiuta insieme  è una grazia donata la certezza — ha concluso Ouellet — donata per essere condivisa. Serve audacia, comunque nel denunciare i mali che ci sono. E nel servire». Più volte, durante l’incontro è stata ricordata la figura di Romano Guardini «uno dei più grandi teologi del Novecento», molto amato sia da Benedetto XVI che da Papa Francesco, e si è parlato della prosa limpida e scorrevole dell’enciclica: «intimorisce di meno parlare di eternità e “per sempre” se si usa l’espressione “dono dell’avvenire tutto intero”».

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20 ottobre 2019

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