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Mogadiscio, campo profughi e campo di battaglia

· Ancora ostacolata la distribuzione degli aiuti umanitari ·

Nella Somalia stremata dalla fame, con la capitale Mogadiscio ridotta al tempo stesso a campo profughi e campo di battaglia, sono ancora le armi a parlare e a rendere estremamente difficile lo sforzo internazionale di portare cibo alla popolazione. Nella giornata di ieri, poche ore dopo l’annuncio del ritiro da Mogadiscio delle milizie radicali islamiche di al Shabaab, che guidano l’insurrezione contro il Governo del presidente Sharif Ahmed, internazionalmente riconosciuto, sono scoppiati nuovi combattimenti.

Le truppe governative, appoggiate dai contingenti dell’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia, si sono addentrate lentamente e con molta circospezione nei quartieri in apparenza abbandonati dagli insorti, specialmente quelli nordorientali, ma hanno dovuto ingaggiare battaglia. Secondo un portavoce dell’Amisom, il capitano Ndayiragije Come, in alcune zone persistono infatti sacche di resistenza dei guerriglieri. «La notte scorsa i miliziani di al Shabaab hanno aperto il fuoco con i mortai e ci hanno attaccati. Non erano però in molti né molto forti e li abbiamo respinti immediatamente», ha detto l’ufficiale, aggiungendo che l’Amisom e le forze governative «ormai controllano il 90 per cento di Mogadiscio. Siamo certi di sradicare i pochi elementi di al Shabaab rimasti».

Secondo alcuni osservatori, non è però certo che a ingaggiare gli ultimi combattimenti siano stati in effetti miliziani di al Shabaab. Gli scontri segnalati anche ieri nei pressi dello stadio cittadino da testimoni oculari, infatti, hanno visto impegnati miliziani di clan locali. Del resto, la ritirata a sorpresa di al Shabaab dalla capitale, poco prima dell’alba di sabato, aveva provocato interrogativi e perplessità tra gli osservatori, indecisi se ipotizzare una lotta di potere all’interno della leadership dell’organizzazione o il cedimento a pressioni varie, appunto da parte di clan somali, per permettere la distribuzione degli aiuti umanitari. All’ipotesi che al Shabaab abbia lasciato piccoli presidi mimetizzati tra la popolazione, si affianca dunque quella di un riposizionamento dei clan somali proprio per controllare la gestione degli aiuti.

Ieri, al termine di un consiglio dei ministri presieduto dal premier Abdiweli Mohamed, il Governo ha esortato al Shabaab alla resa finale, annunciando inoltre la formazione di forze speciali per garantire la sicurezza anche per gli aiuti alimentari, sempre più spesso oggetto di razzie. In ogni caso, secondo Augustine Mahiga, inviato speciale dell’Onu in Somalia, le milizie di al Shabaab restano una minaccia rilevante, ma «la priorità ora è concentrarsi sulla situazione umanitaria».

A Mogadiscio, che nei mesi scorsi si era andata via via svuotando di abitanti in fuga dagli scontri armati, l’avvio del ponte aereo con gli aiuti internazionali ha fatto invertire la tendenza, con l’arrivo dalle zone rurali devastate dalla carestia di almeno centomila persone spinte dalla fame. Ma gli aiuti restano, almeno per il momento, bloccati all’aeroporto della capitale somala, controllato dai contingenti dell’Amisom, e le agenzie dell’Onu e le organizzazioni umanitarie aspettano di capire se e quando potranno entrare davvero in forze a Mogadiscio. Comunque, l’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha comunicato che un altro aereo con beni di prima necessità dovrebbe atterrare oggi all’aeroporto di Mogadiscio e che altri voli con carichi di aiuti sono previsti giovedì e la settimana prossima. L’Unhcr ha anche rinnovato alla comunità internazionale la richiesta di fondi per fare fronte all’emergenza umanitaria nel Corno d’Africa, colpito dalla peggiore carestia da sessant’anni a questa parte, che proprio in Somalia fa registrare le situazioni più drammatiche.

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18 novembre 2019

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