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Modernità di Maria

Un trentennio dopo la bufera rivoluzionaria e poi napoleonica, a imprimere un deciso impulso alla devozione mariana e a interpretarla come risposta alla modernità fu Pio IX. Da questo punto di vista l’evento più importante del pontificato fu la proclamazione nel 1854 del dogma dell’Immacolata concezione, che riconosce in Maria l’unica creatura preservata dal peccato originale sin dal momento del suo concepimento.

A questo esito dottrinale portava un movimento, sin dalla fine del Quattrocento, nel quale sviluppo teologico e provvedimenti liturgici si affiancavano a una devozione popolare diffusa. Emblematica appare così l’acclamazione all’unanimità di Maria Immacolata come patrona degli Stati Uniti da parte dei vescovi cattolici riuniti nel concilio provinciale di Baltimora nel maggio del 1846, poche settimane prima del conclave da cui sarebbe uscito eletto Giovanni Maria Mastai Ferretti. E il nuovo Papa, Pio IX, ratificò subito la decisione e l’anno successivo autorizzò un ufficio liturgico dedicato all’Immacolata.

Ma significativo è soprattutto l’avvio nel 1848 dell’ultima fase precedente la definizione del dogma, proprio nell’anno delle rivoluzioni europee e tra vicende che sarebbero arrivate a travolgere, per la terza volta in mezzo secolo, il potere temporale pontificio: il 1° giugno fu istituita a Roma una consulta di teologi (che quasi all’unanimità si pronunciarono in favore della proclamazione) e il 6 dicembre Pio IX — a Gaeta, dove era rifugiato dopo l’assassinio del suo primo ministro Pellegrino Rossi — affidò a una commissione cardinalizia l’esame della questione.

La nuova definizione dogmatica avrebbe infatti «attirato sulla Chiesa nuove benedizioni, ed insieme avrebbe richiamato ai fedeli, contro le seduzioni del pensiero moderno, imbevuto di laicismo ed insensibile al soprannaturale, i dogmi dell’elevazione dell’uomo alla partecipazione alla vita divina, del peccato originale e della redenzione», ha scritto Giacomo Martina. E il 2 febbraio 1849, una settimana prima della proclamazione della Repubblica romana, con l’enciclica Ubi primum il Papa chiedeva il parere dell’episcopato cattolico, che si dichiarò in stragrande maggioranza favorevole.

Con il rientro a Roma nel 1850 i lavori preparatori continuarono, in Pio IX maturò l’idea di unire alla definizione dogmatica una condanna degli errori moderni e, anche se il Pontefice rinunciò al progetto, vi pensò per diversi mesi, convinto che «il dogma si opponeva radicalmente all’utopia di quanti si credevano immuni da una macchia da cui una sola creatura era stata preservata», sottolinea Martina. Alla proclamazione del dogma (8 dicembre 1854) sancita dalla costituzione apostolica Ineffabilis Deus, fece seguito, esattamente dieci anni più tardi, l’enciclica Quanta cura, datata appunto 8 dicembre 1864 e pubblicata insieme al Syllabus, elenco di errori moderni la cui prima idea era stata avanzata nel Sinodo dei vescovi umbri tenuto a Spoleto nel 1849 e dove parte decisiva aveva avuto il vescovo di Perugia Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII.

In una terza festa dell’Immacolata, l’8 dicembre 1869, infine, si apriva il concilio Vaticano. E in pochi mesi, più di tre secoli dopo la conclusione del Tridentino, nel 1870 l’assemblea conciliare affermò, nei suoi due principali documenti, contro gli estremi tra loro opposti del fideismo e del razionalismo che non vi è opposizione tra fede e ragione (Dei filius, del 24 aprile), e quindi l’infallibilità del Romano Pontefice quando definisce ex cathedra dottrine di fede o morale (Pastor aeternus, del 18 luglio).

Deciso nell’imprimere impulso al culto mariano, Pio IX non fu però incline a dare peso ai fenomeni soprannaturali riguardanti la Vergine, non nuovi ma in modo del tutto nuovo percepiti in età contemporanea, dove appaiono residui del passato in contrasto con i tempi moderni già nel contesto rivoluzionario della fine del Settecento. «Tutto quello che si presenta come straordinario bisogna sempre guardarlo con diffidenza» scriverà il Papa ormai anziano. Ed emblematico della sua equilibrata moderazione è l’atteggiamento tenuto nei confronti delle due più famose apparizioni del secolo, per diversi aspetti tra loro opposte: da una parte quelle della Salette (1846), che Pio IX trascurò, e dall’altra quelle di Lourdes (1858), affidate alla responsabilità del vescovo di Tarbes e destinate a un ben diverso destino.

Sulla linea del predecessore, Leone XIII — meno prudente di fronte a manifestazioni straordinarie, a devozioni ingenue e all’influenza di persone ritenute ispirate — sostenne il culto mariano dedicando, tra il 1883 e il 1901, alla Vergine e al rosario sedici importanti documenti, tra cui ben dodici encicliche, più un quarto di tutte quelle pubblicate nel suo lunghissimo pontificato (1878-1903). Come in Pio IX, il ricorso alla devozione mariana era presentato come risposta alle calamità dei tempi e alle difficoltà vissute dalla Chiesa, anche attraverso la diffusione della pratica, nata in Spagna, di dedicare il mese di ottobre alla preghiera del rosario.

In questo modo le apparizioni della Vergine più importanti dell’età contemporanea esprimono la modernità di Maria: da quelle a Catherine Labouré a Parigi nel 1830, nel contesto della rivoluzione che porta al trono Luigi Filippo, a Lourdes, quasi a sigillo del dogma dell’Immacolata concezione proprio mentre si afferma la scienza positivista. E il Novecento, dalle mariofanie di Fátima a quelle di Kibeho, confermerà questa nuova presenza. (g.m.v.)

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