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Modello di vescovo
apostolo e pastore

· La canonizzazione equipollente di Bartolomeo dei Martiri ·

Il 5 luglio scorso Papa Francesco — nel corso dell’udienza concessa al cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi — ha esteso alla Chiesa universale il culto liturgico in onore del beato Bartolomeo dei Martiri (al secolo Bartolomeo Fernandes), dell’ordine dei Frati predicatori, arcivescovo di Braga, iscrivendolo nel catalogo dei santi (canonizzazione equipollente).

Si tratta di un personaggio di primo piano nella storia della Chiesa della prima età moderna. Come arcivescovo di Braga partecipò al concilio di Trento e fu grazie alla sua presenza e ai suoi interventi che l’assemblea conciliare approvò il decreto sulla riforma dell’episcopato. Come ebbe a scrivere il grande storico del concilio di Trento Hubert Jedin, Bartolomeo dei Martiri incarnò il modello del nuovo vescovo scaturito dalla Riforma cattolica. Una santità, la sua, attualissima ed esemplare, ancora oggi, per tutti quei pastori che desiderano conformarsi sempre di più a Gesù Cristo e a seguire il suo esempio di Pastor bonus. E un pastore secondo il modello evangelico fu Bartolomeo, che già da vivo presso i contemporanei godeva fama di eccelsa santità, tanto da venire così ricordato, subito dopo il suo decesso avvenuto il 16 luglio 1590, da un suo ammiratore gesuita in una lettera spedita da Braga a Roma: «Tale [fu] Bartolomeo: un uomo molto saggio, santo e austero, che né le asprezze della regione del Trás-os-Montes [situata al nord-est del Portogallo], né il caldo afoso o il freddo acuto o le intemperie, hanno arrestato nel suo passo di pastore vigilante della sua Chiesa [...]. Rinunciando all’episcopato, se n’è tornato al convento del suo Ordine che precedentemente aveva fondato e con la mirabile testimonianza delle sue virtù, ha saputo conquistarsi la venerazione di tutti, brillando così tanto da meritarsi davvero l’appellativo di “santo”, al punto che gli abitanti di Viana hanno vegliato le sue spoglie mortali con le armi alla mano per paura che i cittadini di Braga potessero venire a rubarlo».

E un esemplare profilo di santità episcopale fu quello che egli descrisse nel celebre testo Stimulus Pastorum che secondo Jedin «fu il più vivace e divenne il più efficace tra gli “specchi” del vescovo della riforma cattolica. In esso troviamo fusi in una nuova unità la figura evangelica del buon Pastore, l’ideale dell’antichità cristiana e l’imperativo dell’ora».

Ma la santità di Bartolomeo dei Martiri, oggi universalmente riconosciuta, non può essere circoscritta solo all’ambito del ministero pastorale svolto per anni nella Chiesa locale di Braga in Portogallo e vigorosamente difeso nella sua integrità al concilio di Trento, bensì va colta ed evidenziata anche negli altri ambiti della sua vita terrena: umile e povero figlio di san Domenico, assiduo lettore della Sacra Scrittura e profondo conoscitore della teologia e della spiritualità, docente chiaro e aggiornato, pronto a dispensare con facondia di parola e di dottrina quanto aveva appreso negli studi e nella preghiera, religioso allo stesso tempo contemplativo e apostolico, perfetto testimone di quella tradizionale e nota definizione del frate predicatore risalente a san Tommaso d’Aquino, secondo il quale il carisma, appunto, del domenicano è quello di contemplari et contemplata aliis tradere.

Una santità, quella che risplende nella sua vita, si direbbe “a tutto tondo”, completa, affascinante e soprattutto di sorprendente modernità: crediamo, infatti, che la sua canonizzazione, nel passato così tenacemente perseguita dalla Chiesa portoghese e dall’ordine dei Predicatori, si basa sulla convinzione che quest’ultimo e anche tutta la Chiesa avevano bisogno di un tale santo: ricordare l’esempio della sua vita è importante per l’approfondimento della spiritualità domenicana, del sacerdozio ministeriale, del munus episcopale e dello spirito di servizio e di abnegazione che sempre lo caratterizzò nella sua dedizione alla Chiesa e al popolo a lui affidati.

L’importanza mai sopita e sempre nei secoli ininterrottamente rilevata del suo messaggio rivolto ai pastori della Chiesa trovò augusta conferma nel gesto del Papa san Paolo vi alla chiusura del concilio Vaticano ii quando fece dono a ciascun padre conciliare di una copia dello Stimulus Pastorum. Ma, sorprende ai giorni nostri l’indubitabile contiguità esistente tra il contenuto dei suoi scritti sul ministero episcopale, lo stile di vita assunto prima e dopo la nomina ad arcivescovo di Braga, la indomita attitudine all’opera di evangelizzazione e di riforma, e il magistero dell’attuale Pontefice, che fin dalle prime dichiarazioni e discorsi ebbe modo di soffermarsi con novità di accenti e originalità di immagini sullo stile pastorale di ogni sacerdote che secondo le sue — ormai proverbiali — parole deve modellarsi sull’immagine del pastore che sta sempre a difesa e a guida delle pecore che gli sono state affidate e per le quali spende e dona la vita.

Nella prefazione, scritta per l’edizione italiana, al suo celebre saggio dedicato alla riforma dello stato episcopale e della figura del vescovo, dibattuta nel corso dell’ultimo periodo del concilio, Jedin affermava: «Il nuovo tipo ideale di vescovo, apostolo e pastore, era divenuto un elemento essenziale alla riforma tridentina» (Hubert Jedin - Giuseppe Alberigo, Il tipo ideale di vescovo secondo la riforma cattolica, Brescia 1985, 61–68, 63). Con questa frase, lo storico tedesco intendeva porre in rilievo come il concilio di Trento non fu soprattutto né principalmente una serrata difesa del dogma cattolico contro le novità teologiche del protestantesimo, ma anzitutto il tentativo di un rinnovamento interno della Chiesa e una riflessione operativa su sé medesima, centrata sul legato che Cristo le aveva affidato. E in tale opera di rinnovamento interno occupa un posto decisivo il nuovo profilo del vescovo, apostolo e pastore. E, sempre Jedin, indicò nella persona del domenicano Bartolomeu dos Mártires, arcivescovo di Braga, il più autorevole e ispirato modello della nuova figura di vescovo: «Ecco finalmente un vescovo che prende la parola intorno al più importante dei problemi interni della Chiesa di quel tempo. E che vescovo! Venuto dall’ordine domenicano, egli gode, sia per il suo zelo apostolico sia per la sua personale inattaccabilità, la più grande considerazione, tanto in patria quanto nel concilio di Trento. Attingendo a una larga esperienza, egli non delineò un ideale fatto di dottrina o di ascetica, ma tentò di dare con mezzi semplici e piani ai suoi colleghi e indirettamente a tutti coloro che si dedicavano alla cura d’anime, suggerimenti e direttive per la loro attività pastorale» (ibidem, 65).

di Gianni Festa
Postulatore generale dell’Ordine
dei frati Predicatori

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