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Moby Dick
in diciassette minuti

· Una rilettura per «teatro bonsai» e illustrazioni senza testo del capolavoro di Melville ·

«Il mare. Cosa ti fa venire in mente il rumore del mare? Il Moby Dick di Melville — si legge nelle note di regia di Una tazza di mare in tempesta di Roberto Abbiati — Tutto il mare in un libro. Si accende qualcosa ogni volta che lo si prende in mano, il libro, e allora poi si comincia a immaginare in grande, balene, velieri, oceani. Una piccola installazione, una piccola performance, per poco pubblico che assista a piccoli oggetti che evochino grandi cose. Tutto rubato da Melville, per pochi minuti. Come se si fosse nella stiva di una baleniera. Tutto qui». Di solito è bene interpretare i testi firmati da Roberto Abbiati in senso letterale. «Pochi minuti» non per modo di dire; nella sua Tazza di mare in tempesta entrano solo ventidue spettatori per volta, che usciranno dopo meno di mezz’ora (17 minuti) di performance immersiva “bonsai”. E quando di lui si dice che “fa teatro” s’intende anche che lo costruisce materialmente. Il viaggio del Pequod rivive dentro una scatola-barca abitata da luci, oblò, rumori e modellini di nave. «Come se si fosse nella stiva di una baleniera», appunto.

Tavole tratte dal libro «Moby Dick o la Balena, romanzo a disegni»

Dopo più di mille repliche, oltre dieci anni di tournée, l’encomio della critica e un Premio Fiesole, qualcosa non smette di accendersi nell’officina dell’attore, musicista e illustratore Abbiati (ma lui preferisce definirsi «sostanzialmente un cuoco che suona la cornamusa»).

Una nuova luce, un nuovo, inedito punto di vista su uno dei capolavori più noti e amati della letteratura mondiale, che un anno fa ha preso la forma di un libro. «Abbiati ha cominciato a lavorare su Moby Dick molti anni fa, intagliando nel legno scene e personaggi del libro di Melville» scrive Matteo Codignola nella prefazione a Moby Dick o la Balena, romanzo a disegni (Rovereto, Keller, 2018, pagine 288, euro 23), intitolata curiosamente (ma in pieno Abbiati-style) Vita di un allibratore brianzolo. «Ha continuato, ricavando da uno dei romanzi più lunghi e densi della letteratura moderna uno degli spettacoli più brevi e aerei del teatro contemporaneo». Oltre quel piccolo miracolo di illusionismo teatrale che racconta a pochi spettatori l’intera storia della balena bianca con un numero esiguo di parole sembrava difficile andare.

E invece l’autore è tornato dal capitano Achab studiando un’altra possibilità, altrettanto estrema: raccontare la storia solo per immagini — una per capitolo — rinunciando a qualsiasi forma di testo. «A Roberto — continua Matteo Codignola — piace semplicemente scommettere, o raccogliere scommesse: pensate che non sia possibile tornare su un libro già letto in tutti o quasi i modi possibili, e farlo sembrare raccontato per la prima volta? Vi farò vedere che non è vero (...). Serviva, certo, quella capacità virtuosistica di entrare nelle pieghe del racconto di Melville che ormai dimostra anche solo schizzando un cetaceo su un foglio a quadretti». L’idea era di sintetizzare ogni capitolo con una tavola: «La presunzione è che uno, sfogliando il mio libro — spiega l’autore alla rivista online «La balena bianca» (ça va sans dire) — possa avere l’immagine di tutto il romanzo, spoglio di qualsiasi parola».

La grandezza di una opera, continua Abbiati parlando della genesi del suo romanzo a disegni, di qualsiasi cosa che sia un’opera d’arte, la si vede quando si lascia trasformare. «Se tu pensi che ci sono delle cose che non puoi toccare, non puoi trasformare, non ti dà nessuno spunto, la faccenda è morta lì. La grandezza del Moby Dick è che se ne possono fare di cose, moltissime. Sto lavorando alla Commedia, ora. La sua grandezza è questa: quante note sono state fatte alla Commedia, su ogni parola? Contrarie, ostili, uno che ce l’ha con l’altro, vuol dire questo e quest’altro, ma è la grandezza dell’opera che permette questa cosa qui. Io dico che Melville permette questa cosa, permette il cinema, la musica, i disegni, il fumetto, la riscrittura, perché Moby Dick è una grande opera. Domani, ti venisse in mente di fare un’opera musicale, la si può fare. Volessi fare delle pitture, una riscrittura, ritradurlo, si può. Pavese cosa ha fatto? Non abbiamo mica Melville, con Pavese. Cioè, si è permesso delle cose che… ma Melville glielo permette. Ci ha messo giustamente del suo».

di Silvia Guidi

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07 dicembre 2019

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