Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Mito immortale
di una città

· La storia di Cartagine in mostra al Parco Archeologico del Colosseo ·

Mediterraneo mare di incontri, di dialogo, di scambi culturali, persino di meticciato. È così da sempre, lo era anche quando le conoscenze comuni fanno pensare solo a scontri, battaglie, conflitti, irriducibili contrapposizioni etniche. In realtà fin dall’antichità il Mar Mediterraneo è uno spazio che ha unito i popoli, e prima che dai migranti di oggi era percorso dai migranti di ieri, commercianti, coloni, avventurieri fenici, greci, ciprioti, sardi, etruschi. Popoli che si sono incontrati e si sono spesso mescolati e fusi per far nascere quello che è il mondo di oggi. E vale persino per Romani e Cartaginesi, i cui rapporti non furono solo quelli delle violente guerre puniche e dell’odio reciproco, anzi.

Locandina della mostra “Carthago. Il mito immortale”

È quello che racconta la splendida mostra, in corso al Parco Archeologico del Colosseo e del Foro Romano (fino al 29 marzo 2020), Carthago. Il mito immortale, curata da Alfonsina Russo, Direttore del Parco archeologico del Colosseo, Francesca Guarneri, Paolo Xella e José Ángel Zamora López, con Martina Almonte e Federica Rinaldi, catalogo Electa (Milano, 2019, pagine 172, euro 20). L’esposizione ripercorre la storia di Cartagine dalla sua fondazione nell’VIII secolo avanti Cristo fino alla conclusione dell’Era antica nel VI secolo dopo Cristo. «Per ognuna di queste fasi storiche — spiegano i curatori — si è cercato di privilegiare alcune chiavi di lettura che mirano a consentire al visitatore una riflessione su fenomeni moderni in qualche modo comparabili. Viviamo infatti un’epoca in cui la questione della convivenza tra genti in grande, crescente, inarrestabile mobilità, della necessità d’integrazione socio-culturale tra popoli di tradizioni e lingue diverse, dell’accoglienza dell’altro senza strumentalizzazioni o pregiudizi, è ineludibile».

Un’esibizione di enorme fascino e interesse che per la prima volta raccoglie insieme una serie di capolavori provenienti da siti e musei di Tunisia, Malta, Libano, Spagna, Germania, Sicilia, Sardegna e Lazio. Più di 400 reperti che illustrano anche le ultime scoperte degli studi storici su Cartagine. E che svelano come la città non sia stata solo l’acerrima nemica di Roma, ma anche un punto di riferimento per tutto il Mediterraneo, capace di raccogliere e redistribuire le influenze di tutti i popoli mediterranei favorendo l’incontro e il rinnovamento delle culture. «La mostra — spiega Russo — vuole andare oltre le vicende a tutti note delle guerre puniche e di Annibale, mettendo in luce gli articolati rapporti tra Cartagine e Roma e, soprattutto, il ruolo decisivo di queste due potenze nelle dinamiche politiche e commerciali del bacino del Mediterraneo. Un’esposizione che restituisce la forza e la fortuna dell’incontro delle diverse culture insediate lungo le rive del nostro mare».

Così ad esempio sono nate tante importanti città dell’Europa meridionale, lì dove coloni e mercanti punici si sono insediati incontrandosi e fondendosi con le popolazioni locali, dando vita a nuove realtà ricche di fermenti propri e di specificità che a loro volta hanno contribuito a forgiare il nostro mondo. Tra gli esempi illustrati nella mostra il sito sardo di Nora e quello siciliano di Pantelleria.

Quest’ultimo è ben simbolizzato da uno splendido reperto, un altare che è rimasto in uso almeno dal ii secolo avanti Cristo (ma probabilmente dal IV) fino al II secolo dopo Cristo: un altare romano, dunque, composto però da una lastra modanata in marmo greco peloponnesiaco poggiata su due sostegni laterali in calcare bianco provenienti dalla Campania, mentre sul lato frontale della lastra un’iscrizione punica menziona forse un soprannome o epiteto del dio Melqart/Ercole come figlio di Baal. «Ne scaturisce — spiega Almonte — l’evidenza di un métissage culturale, veicolato dai traffici commerciali, che ci ricorda che l’Europa non è divisa dall’Africa da una faglia tettonica tra due continenti, bensì ricucita ed unita ad essa dalle coste e dalle piccole e grandi isole che punteggiano il Mediterraneo, in una storia di scambi, più o meno pacifici, e contatti che non si sono mai interrotti e hanno dato vita alla koinè culturale da cui origina il mondo occidentale». Una visione che in realtà era presente già nell’antichità: Cartagine infatti non fu solo rasa al suolo dai Romani nel 146 avanti Cristo, ma fu anche ricostruita da Augusto nel 29 avanti Cristo con un nome che esprime il programma di superare i conflitti: Colonia Concordia Iulia Carthago.

E la nuova Cartagine romana non solo divenne presto un sito prospero ed evoluto, ma divenne rapidamente anche uno dei centri propulsori del cristianesimo, patria di Cipriano, Tertulliano, Monica e Agostino. La Cartagine cristiana è raccontata dall’ultima sezione della mostra, ospitata nella Rampa Imperiale del Foro. «Proprio in Africa — ricorda Rinaldi — venne trascritta la prima versione latina della Bibbia nel ii secolo. Con la riconquista bizantina dell’Africa nel 533 il Vescovo di Cartagine torna ad essere il garante dell’unità della Chiesa d’Africa».

di Osvaldo Baldacci

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 gennaio 2020

NOTIZIE CORRELATE