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​Mistero della povertà

· ​Dimensione essenziale e imprescindibile della Chiesa ·

Papa Francesco fin dall'inizio del suo ministero petrino — come si può evincere da numerosi discorsi e interventi omiletici e, soprattutto, dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium — ha chiesto con efficacia di segni e di parola di essere aiutato a dare volto a una Chiesa povera/dei/per i poveri. Francesco indica la via di una Chiesa decentrata, umile riverbero della luce di Cristo e instancabile annunciatrice a tutti della gioia della buona novella. Abitare da povera le «periferie umane» e prestare ai poveri «la voce nelle loro cause» (Evangelii gaudium, 46) è una prassi e uno stile ecclesiale che sgorga dall’accoglienza obbediente e «aggiornata» del Vangelo.

Il cardinale  Lercaro

Tale assunto dell’attuale vescovo di Roma — come vedremo — ha un humus ben preciso che rinvia agli albori del concilio Vaticano II; una chiara ripresa di una intuizione balenata in quell’alba dell’evento conciliare nato dal cuore e dalla mente di Giovanni XXIII, che nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962, un mese prima dell’inizio del concilio, ebbe a dire: «In faccia ai Paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri».

Nella prima sessione del concilio Vaticano II (11 ottobre-8 dicembre 1962), i padri presero sempre più coscienza di essere un soggetto attivo e che toccava loro, obbedienti allo Spirito e all’Evangelo, ripensare l’essere della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il dibattito all’inizio del concilio si concentrò così sul De Ecclesia. A tal punto che si delineò la scelta di respingere lo schema preparato dalla commissione preparatoria e di stilarne uno ex novo.

Il cardinale Giacomo Lercaro (1891-1976), arcivescovo di Bologna dal 1952 al 1968, esperto liturgista e noto per aver scelto di condividere la sua casa con giovani lavoratori e studenti bisognosi, nonostante fosse impegnato al concilio sul fronte della riforma liturgica, aiutato dal suo consulente don Giuseppe Dossetti — venuto a Roma a sostituirlo agli incontri del gruppo della «Chiesa dei poveri» che, animato da Paul Gauthier e presieduto dal cardinale Gerlier, si riuniva al Collegio Belga — il 6 dicembre 1962 decise di intervenire pronunciando un famoso discorso dove espose il problema dell’identità della Chiesa in una prospettiva inedita.

Pur invocando come tanti altri interventi un principio unificatore e vivificante per il concilio, e avendolo individuato anche lui nella prospettiva ecclesiologica, indicava però nella concreta problematica della povertà che affliggeva la stragrande maggioranza dell’umanità il luogo teologico obbligante e la chiave di volta della ricomprensione e del rinnovamento della Chiesa in quella precisa congiuntura storica; il motivo della sua modificazione sostanziale nel rendersi presente al mondo. Una lettura lungimirante modulata alla luce dell’Evangelo del Regno — il cui avvento si caratterizza per il fatto che i miseri sono evangelizzati — e della prorompente affermazione del radiomessaggio dell’11 settembre 1962 di Giovanni XXIII.

di Corrado Lorefice

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26 agosto 2019

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