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Mister Ripley della bicicletta

· La vita di Lance Armstrong nel film di Stephen Frears ·

Gare, imbrogli e scampoli di vita di Lance Armstrong (Ben Foster), il ciclista americano vincitore di sette Tour de France consecutivi dal 1999 al 2005. Considerato uno dei più grandi campioni dello sport di tutti i tempi prima dello scandalo che lo avrebbe travolto: le prove di un sistematico ricorso al doping per raggiungere le vittorie. Ma già molti anni prima delle ammissioni del suo compagno di quadra e a sua volta vincitore del Tour Floyd Landis (Jesse Plemons), il giornalista del «Sunday Times» David Walsh (Chris O’Dowd) nutriva inascoltati sospetti sui suoi successi.

Stephen Frears gira in modo preciso e con molto ritmo, tanto da fare del film quasi un thriller, nonostante il finale in questo caso sia noto a tutti. Inoltre dirige molto bene attori peraltro già bravi di per sé. Il suo film però è un po’ come Armstrong a inizio carriera: non ha le potenzialità strutturali per volare. Viziato innanzi tutto da una produzione davvero troppo modesta. E in questo il cinema è spietato e matematico proprio come il ciclismo. Non è impossibile, ma è molto difficile dare respiro a una storia e a un personaggio a modo loro epici se non si hanno i mezzi necessari. Difficile dare l’idea di un intero mondo che viene coinvolto — non solo il ciclismo, ma lo sport in generale, le scommesse, le assicurazioni, gli sponsor, la giustizia, i tifosi — quando tutto si svolge in poche stanze. Anche perché lo script di John Hodge, già autore di Trainspotting (1996), non riesce quasi mai a raggiungere dimensioni metaforiche o simboliche.

Le poche salite e il solito podio che tornano frequentemente come unico scorcio del Tour de France, non fanno tanto pensare a luoghi dell’anima, ma più semplicemente a un film fatto un po’ in casa. Questi limiti, tuttavia, se fiaccano il contesto non intaccano più di tanto il personaggio principale, che rimane affascinante anche grazie all’ottima prova di Foster, attore visto in tanti film di cui nessuno davvero memorabile.

Senza amici, senza una vera vita sentimentale, persino poco sincero nei suoi slanci umanitari, l’Armstrong del film è una figura imperscrutabile, quasi bidimensionale, talmente senza scrupoli da dare un’impressione di incoscienza anche perché non se ne indagano più di tanto le motivazioni psicologiche. Una sorta di Mister Ripley dello sport soggiogato da una coazione a imbrogliare e poi tirarsi fuori dalle relative conseguenze. In un certo senso — e questa è l’immagine migliore del film, la più ambigua ma anche la più profonda e tragica — l’inevitabile prodotto di una disciplina spietata nella quale soltanto il più dotato può vincere, come gli ricorda l’eminenza grigia Michele Ferrari (Guillaume Canet), mefistofelico preparatore atletico e mentore che nel film si defila troppo presto.

Se lo sport si deve ridurre a scienza, allora Armstrong decide di servirsi della scienza per vincere. In tal senso, avrebbe sicuramente giovato al film fare maggiormente leva su un altro aspetto del protagonista, quello dell’uomo malato di cancro. Capace, grazie a quella stessa determinazione, di uscire da una situazione che appariva disperata. Anche per sminuire per una volta un mondo sportivo che avrà la sua importanza, ma che si rischia costantemente di sacralizzare. In fondo Armstrong la sua gara più dura e importante l’ha vinta davvero, in quegli anni difficili. E senza barare.

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26 febbraio 2018

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