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Missione possibile

«Rimanemmo a Riyad, in Arabia Saudita, sette giorni, visitammo ambasciate e case private, impartimmo sacramenti, celebrammo varie volte l’Eucaristia. Fino a tre messe al giorno, in vari luoghi. Tutto di nascosto. Non organizzavamo servizi liturgici, ma formalmente “feste di compleanno”. La fede, in queste piccole stanze, è come una finestra aperta sul mondo della libertà. Non può venire spalancata, ma il soffio che passa da questo spiraglio ha una forza e una freschezza che mi toccano nel profondo». Hanno il valore e l’afflato di un’intima confessione queste parole di Paul Hinder, di nazionalità svizzera, vicario apostolico dell’Arabia del Sud (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen): una confessione che il frate cappuccino affida al suo libro, scritto con il giornalista tedesco Simon Biallowons, intitolato Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l’Islam (Verona, Editrice missionaria italiana, 2018, pagine 206, euro 18), con la prefazione di Paolo Branca.

Il volume riveste un significato di grande rilevanza, perché a raccontare la sua storia è un vescovo cattolico il quale spiega che cosa vuol dire vivere da cristiani nei Paesi governati dagli sceicchi dei petrodollari e in cui la fede islamica permea di sé ogni aspetto della vita. In presa diretta il vescovo Hinder illustra i diversi aspetti di un complesso scenario che contempla insieme difficoltà e speranze, ostacoli e progressi, nel segno di quel dialogo tra cristiani e musulmani che costituisce una delle chiavi di volta per il raggiungimento di una pace stabile nel mondo.

Paul Hinder è stato nominato, nel 2003, vescovo ausiliare per il vicariato apostolico di Arabia e nel 2005 ha assunto l’incarico di vicario apostolico. Un itinerario, questo, lungo il quale il presule ha avuto modo di comprendere in loco le complesse dinamiche inerenti a un dialogo che, nonostante i passi avanti, stenta ancora ad affermarsi nel pieno delle sue potenzialità. Un dato è comunque certo. L’esperienza maturata sul campo ha dato al presule uno sguardo lucido e disincantato della realtà. Non a caso il libro non reca una dedica formale o protocollare, ma, al contrario, ben mirata. Il volume è infatti dedicato alle Missionarie della carità uccise come martiri nello Yemen: suor Anselm, suor Marguerite, suor Reginett e suor Judith, il 4 marzo 2016 ad Aden, e a suor Aletta, suor Michael e suor Zelia, uccise il 27 luglio 1998 ad Al Hudaydah. Una dedica che è già di per sé testimonianza di una chiara consapevolezza: quel dialogo non è facile, e va conquistato e poi difeso a caro, carissimo prezzo. Come scrive nella prefazione Paolo Branca, Paul Hinder «ci fa il dono in queste pagine di parlarci anche di sé, del balzo dalle verdi valli elvetiche ai deserti d’Arabia, oltre che della sua missione dei fedeli affidati alle sue cure».

Ricorda Hinder che oggi l’85 per cento della popolazione degli Emirati è composta da immigrati, in massima parte provenienti dal Pakistan, Bangladesh, India e Sri Lanka. Sono giovani uomini che “sgobbano” per mantenere la famiglia in patria, o semplicemente nella speranza di un avvenire migliore. Un avvenire che non è necessariamente alla loro portata. Davanti al presule si staglia il cuore della chiesa cattolica di Dubai: la parrocchia di Saint Mary, che i media locali di lingua inglese descrivono come «la più grande del mondo», con i suoi almeno trecentomila parrocchiani. Non si tratta solo di dimensioni fisiche, ma anche di dimensioni cariche di significato spirituale. Scrive Hinder: «Ora che vedo per la prima volta con i miei occhi comincio a capire: il cristianesimo nel Vicino oriente non è solo vivo, è anche visibile. Poi, contemporaneamente, penso: io qui non potrei e non vorrei vivere. Troppo caldo, troppa polvere, forse troppo estraneo. Troppa sabbia e cemento, niente verde, niente natura. Questo non è il mio posto, lo sento. O così, almeno, ritengo di sentire». Sentimenti questi che subiscono una sorta di trauma quando gli viene prospettato che il prossimo vescovo della regione potrebbe essere lui. A chi gli ha ventilato questa possibilità, il confratello Nestor Werlen, Hinder risponde: «Ma sei matto?». Il seme era stato comunque gettato. Dopo quella sera, confessa, «ero davvero inquieto». Inquietudine e preoccupazione di non essere all’altezza del compito, sentimenti poi egregiamente smentiti dai fatti, che si acuirono per poi acquietarsi in quel 2003, quando fu nominato vescovo ausiliare. Allora non c’era più spazio per paure e tensioni: occorreva solo concentrarsi sulla missione affidatagli.

«Quando parlo della Chiesa d’Oriente come elemento del progetto per una Chiesa del futuro — scrive — non ne ho una visione romantica. Noi abbiamo parecchi problemi, soprattutto nelle questioni liturgiche e con certe tradizioni che non possono combinarsi con un cristianesimo praticato in modo pubblico. In questi casi la fiducia viene delusa o addirittura tradita. Ma, il più delle volte, al contrario, essa viene giustificata e soddisfatta». E quando si fa in modo che i laici vengano coinvolti in una collaborazione fattiva e costruttiva, si tratta, sottolinea Hinder, di una valorizzazione nel senso migliore del termine. «Solo così si riesce a motivarli a lavorare insieme, e a dare forma alla loro e nostra Chiesa locale» scrive.

Significative sono le pagine in cui il presule richiama l’importanza di una testimonianza che non sia di facciata, ma concreta. «Quando mi trovo ad Abu Dhabi — spiega — vado alla nostra chiesa alle sei meno un quarto per pregare con la gente. Non per mettermi in mostra, al contrario, voglio solo che le persone sappiano che il loro vescovo prega, e lo fa con la sua gente». Durante le sue visite pastorali, Hinder cerca sempre di trovare il tempo per recitare il rosario con la gente: non per guidare la preghiera, ma perché la gente si renda conto che il loro vescovo condivide la loro stessa spiritualità. Così la preghiera del singolo diventa un’esperienza di preghiera comune.

Fa riflettere poi un’osservazione del presule, il quale rileva che spesso il problema non consiste nel fatto che diamo poco, ma che non di rado non accettiamo che qualcosa ci venga dato. «Da noi in Arabia — evidenzia — questo dono reciproco ha dato vita a una dinamica tutta particolare. Per esempio, se sto in viaggio per un periodo più lungo del solito e torno a dire messa ad Abu Dhabi, capita che dopo la celebrazione le persone si inginocchino sulle panche e mi chiedano la benedizione, mi chiedano di essere toccati». Per loro la benedizione riveste un significato ben preciso: è il segno di confidenza e di fiducia.

Quando passa a trattare del dialogo tra cristianesimo e islam, il vescovo, bandendo un linguaggio sfumato, è deciso e perentorio. «Il dialogo interreligioso — scrive — è una delle parole d’ordine della nostra società. Non può esserci dubbio sul fatto che il colloquio tra le religioni sia uno dei fattori decisivi per il futuro sviluppo del nostro mondo. Ciò vale in modo particolare per il dialogo con l’islam e con il mondo musulmano». Al riguardo Hinder cita un passo del discorso ai partecipanti alla conferenza romana del Pontificio istituto di Studi arabi e d’islamistica, in cui Papa Francesco sottolinea con forza che «l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità, un cammino tra persone appartenenti alle religioni che, pur in modi diversi, si rifanno alla paternità spirituale di Abramo». E con preciso riferimento al dialogo islamo-cristiano, il Pontefice, in quel discorso, ricorda che tale dialogo esige pazienza e umiltà, come pure uno studio approfondito, perché sia l’approssimazione che l’improvvisazione possono essere «controproducenti o addirittura causa di disagio e imbarazzo».

Quello che, in sintesi, il vescovo Hinder vuole comunicare e ribadire è che ogni dialogo che si voglia reale e costruttivo deve bandire la logica manichea del bianco e del nero: «non funziona così», scrive. E il chiaroscuro di conseguenza auspicato non deve essere inteso come compromesso di basso profilo o come tolleranza dell’altro praticata «obtorto collo»: al contrario, si tratta di un chiaroscuro che va a configurarsi quale felice e fertile sintesi delle rispettive identità e tradizioni, nel rispetto sincero dell’interlocutore, della sua cultura e della sua storia. Missione possibile.

di Gabriele Nicolò

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25 marzo 2019

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