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Missione di giustizia

· L’avvocato musulmano che ha difeso Asia Bibi e il suo aiuto ai cristiani in Pakistan ·

«La felice conclusione della tormentata vicenda di Asia Bibi, che ora è salva in Canada, è un bene prima di tutto per lei, per la sua vita. Poi è un buon risultato per me e per tutti coloro che si sono impegnati per la sua salvezza. È un fatto che rende giustizia a uomini coraggiosi come Shahbaz Bhatti e Salman Taseer, che si sono esposti e hanno pagato con la vita l’impegno per difendere Asia. Infine è un segno di forte speranza per tutta la nazione pakistana, dove hanno vinto la giustizia e lo stato di diritto». Lo afferma in un colloquio con «L’Osservatore Romano» Saif ul-Malook, l’avvocato musulmano pakistano che ha curato il processo di Asia Bibi davanti alla Corte suprema e ne ha ottenuto la piena assoluzione, decretata il 31 ottobre 2018.

Secondo quanto ha reso noto il ministero degli Esteri pakistano e come conferma ul-Malook, la donna cristiana, che era stata condannata a morte nel 2010 per presunta blasfemia verso il profeta Maometto, ha lasciato il paese e vivrà in una località segreta del Canada, che ha offerto asilo politico a lei e alla sua famiglia. Il legale mostra evidente soddisfazione per l’esito positivo di una vicenda che ha segnato per sempre la sua vita professionale. Saif ul-Malook, in passato, ha svolto il ruolo di procuratore nell’amministrazione della giustizia in Pakistan. E ha agito da pubblico ministero nel processo che ha portato a compimento l’accusa e l’esecuzione capitale di Mumtaz Qadri, il killer che, da ex guardia del corpo, ha ucciso il governatore del Punjab, il musulmano Salman Taseer, nel 2001. Taseer era stato, con Shahbaz Bhatti, un’importante figura istituzionale che aveva difeso pubblicamente Asia Bibi visitandola in carcere e proclamandone l’innocenza, denunciando il castello di false accuse ai suoi danni. Per questo i gruppi estremisti e violenti che, in nome della difesa dell’islam, lo avevano dichiarato «blasfemo», hanno ordito il suo omicidio, che Qadri ha portato a termine.

Quando ul-Malook è stato contattato dalla famiglia di Asia Bibi per assumerne la difesa, ha visto «un completamento di quella stessa missione di giustizia, iniziata con il processo per l’omicidio Taseer», riferisce. E ha accettato senza indugi. Anche se, proprio a causa di questo impegno, è stato oggetto di minacce e continua a vivere e a esercitare la sua professione con cautela e sotto protezione. «La mia storia — racconta — è piuttosto singolare. Sono un musulmano che in Pakistan ha scelto di impegnarsi in toto nella difesa dei cristiani. Dopo Asia Bibi, ci sono altri casi di persone in carcere da innocenti. Ora sto curando il caso di Shagufta Bibi, una donna cristiana che, negli ultimi anni, è stata nella cella accanto ad Asia nel carcere di Multan. La donna e suo marito Shaqfat hanno bisogno di difesa legale». I due coniugi cristiani sono nel braccio della morte, condannati alla pena capitale in primo grado nel 2014 per l’invio di messaggi di testo telefonici ritenuti blasfemi. «I messaggi sms sono stati scritti in inglese, ma entrambi gli imputati sono poveri e analfabeti, non sanno scrivere in urdu, tantomeno in inglese», nota il legale. I due sono stati incastrati da qualcun altro ma, per dimostrarlo, si dovrà articolare la difesa in tribunale, davanti alla Corte d’appello.

Ma perché ul-Malook ha scelto di dedicarsi unicamente a difendere i cristiani in Pakistan? «Perché», risponde, «sono i più poveri, i più vulnerabili nella società. Perché non hanno mezzi per difendersi e per questo sono penalizzati. Perché non hanno protettori negli apparati, come accade per le famiglie potenti. Perché spesso sono capri espiatori, vittime di palesi ingiustizie». Felice e convinto di portare avanti questa missione, l’avvocato musulmano esprime un desiderio: «Un giorno vorrei incontrare Papa Francesco, un uomo che è sempre dalla parte dei più deboli e dei poveri».

Saif ul-Malook è tra i musulmani che in Pakistan si sono rallegrati per la liberazione di Asia Bibi. «Se non è colpevole, è giusto che sia una donna libera», dicono i leader musulmani che frequentano il Peace Center di Lahore, animato dal padre domenicano James Channan. «La sua storia — chiosa quest’ultimo — ricorda come in Pakistan la legge di blasfemia venga utilizzata per scopi impropri, per vendette private e per colpire le minoranze religiose». Per questo ora il governo pakistano, che si è impegnato per la protezione della donna e per il rispetto della sentenza, curando la pratica dell’espatrio, sarà chiamato a riesaminare la controversa normativa per evitarne gli abusi.

di Paolo Affatato

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14 dicembre 2019

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