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Missili statunitensi
sullo Yemen

· Colpite tre postazioni dei ribelli huthi ·

Nuova tappa dell’escalation militare nella penisola arabica

Gli Stati Uniti hanno colpito nel corso della notte, con tre missili Tomahawk, tre postazioni radar in una area dello Yemen sotto controllo dei ribelli huthi, sulla costa del Mar Rosso. Si è trattato di un attacco di “autodifesa” — si legge in una nota del Pentagono — in risposta ai due attacchi missilistici dei giorni scorsi contro un cacciatorpediniere statunitense in navigazione al largo delle coste yemenite. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha personalmente autorizzato l’attacco, su raccomandazione del segretario alla difesa, Ash Carter, e del capo di stato maggiore interforze, generale Joseph Dunford, come ha affermato un portavoce del Pentagono.

Postazioni huthi sotto attacco saudita nei pressi di Sana’a (Epa)

Non sono state fornite informazioni su eventuali vittime. L’attacco, sferrato dal cacciatorpediniere uss Nitze, è la prima azione di fuoco statunitense nell’ambito del conflitto yemenita. Finora l’amministrazione di Washington si era limitata a fornire assistenza logistica alla coalizione a guida saudita che sostiene il presidente yemenita, Abd Rabbo Mansour Hadi, che combatte contro i ribelli huthi e i loro alleati, tra cui i sostenitori dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh. Si tratta di una azione compiuta dopo che, come detto, domenica scorsa due missili sono stati lanciati contro il cacciatorpediniere americano uss Mason che era in navigazione davanti alle coste yemenite. Due missili sono poi stati lanciati contro la stessa unità anche ieri. In entrambi gli attacchi, gli ordigni sono finiti in mare e non hanno provocato alcun danno. Nei giorni scorsi anche una nave degli Emirati Arabi Uniti era stata colpita e gravemente danneggiata nella stessa zona di mare da un attacco missilistico attribuito agli huthi. Prima dell’attacco missilistico statunitense i ribelli huthi avevano però negato di aver lanciato missili contro la nave da guerra degli Stati Uniti spiegando che erano “infondate” le accuse mosse contro il gruppo che controlla — dal settembre del 2014 — la capitale Sana’a.

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22 agosto 2019

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