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Ambrogio
e la misericordia divina

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Pubblichiamo parte di un articolo uscito sul primo numero del 2017 della rivista quadrimestrale «Aevum».

Il meccanismo formale, retto dalla misericordia, si inceppa se nell’uomo manca la fede, la quale è il merito fondamentale. E se questa manca, si avvia il giudizio di punizione: «Pronta e piena è la pena che è dovuta a quelli che non credono (impiis), che il Signore dirige verso i miscredenti (perfidos)». Eppure (et tamen) nemmeno nei confronti di costoro Ambrogio vuole escludere del tutto la misericordia se è vero che il Signore non riversa la sua punizione sui peccatori “fino in fondo (usque ad faecem)”: «piega il calice, non lo vuota: l’inclina per dare un segno di riprovazione (censurae), non lo vuota, per dare segno di misericordia (misericordiae)». Ambrogio non arriva, certo, agli esiti dell’apocatàstasi origeniana, ma la pervasività ontologica della misericordia la spinge fino al punto estremo di esplicazione di essa, che si arresta solo dove ci si rifiuta di impetrare la fede.

Abbazia di Westminster, allegoria della misericordia

In conclusione. La misericordia di Dio sta alle origini, laddove non possono essere invocati giustizia e merito in altro modo se non come forma delle cose: «Tutte le cose sono dunque costituite dal Signore secondo una certa misura e secondo un certo peso. Sta scritto: “Chi ha pesato le rupi sulla bilancia?”. E prima: “Chi ha misurato il mare con la mano e il cielo con il palmo?”. Colui che valuta le nostre opere, dispensa certamente dopo una valutazione attenta le sue e tutto stabilisce dopo esame». La misericordia originaria, che si avvale della giustizia nella sua esecuzione, è compresa tramite la fede, che è il primo e sostanziale merito: se un’anima cerca molto, otterrà il merito di molta misericordia, poiché moltissimo è dovuto a chi molto cerca. All’anima che lo cerca il Signore viene “saltando” e fa sì che l’anima produca un ulteriore merito in forza d’una misericordia, per così dire, exercita verso il suo simile. La misericordia perciò “si merita” in maniera progressiva secondo la scansione: fide, studio, operibus. Nel circuito della fede si inserisce anche quel merito che deriva dalla professione di pentimento. In questo percorso si immette a pieno titolo la Chiesa. Ci sono infatti tre momenti nel processo di riscatto: misericordia, intercessione, riconciliazione (prima misericordia, secunda suffragatio, tertia reconciliatio). Il Redentore è venuto e viene in aiuto per primo (subvenit), la Chiesa intercede (suffragatur), il Creatore è riconciliato (auctor reconciliatur). Se all’inizio e alla fine sta sempre la misericordia, il merito acquista un suo significato rilevante quando si colloca oltre la dimensione del rapporto individuale tra anima e Dio. Si tratta di un merito solidale che è aggiunto dalla Chiesa e che trasforma la riconciliazione in un fatto tipicamente comunionale e non individualistico.

Ambrogio, partendo dal testo della prima lettera ai Corinzi (5,7, Expurgate vetus fermentum, ut sitis nova consparsio, sicut estis azymi), che egli giudica piuttosto oscuro nella sua costituzione terminologica, ne dà due interpretazioni, non alternative ma, diremmo, concorrenti. La prima: «Tutta la Chiesa prende su di sé il carico del peccatore, alla cui sofferenza deve partecipare con il pianto, con la preghiera e con il dolore, quasi cospargendosi tutta con il suo lievito, affinché, per opera di tutti, ciò che resta da espiare in un qualche penitente, sia purificato da una specie di contributo comune di misericordia virile e di compassione». Vi si afferma che la penitenza del singolo peccatore è opera imperfetta che deve essere supportata da tutta la Chiesa, il cui contributo non è solo e tanto un coro emotivo passivo (un compati), ma un atto di misericordia, chiamata virilis, che produce esso stesso una espiazione.

di Luigi Franco Pizzolato

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25 marzo 2019

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