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Miriam, la profetessa

Miriam (o Maria, a seconda di come ogni versione traduce il nome Miryām) è una delle figure più interessanti della Bibbia. È menzionata in sei testi, cinque dei quali sono del Pentateuco. Ma il più delle volte la sua figura viene associata al salvataggio di Mosè bambino ( Esodo 2), dove però, benché prenda la parola, a differenza di molte altre donne, si parla di lei solo come di «sua sorella», senza indentificarla. È una delle poche donne del Pentateuco nominata in altri passi della Bibbia. Vi invito qui a compiere un esercizio d’interpretazione critica e una lettura globale della figura di Miriam. Scoprirete così una delle principali guide del popolo d’Israele, al pari dei suoi “fratelli” Mosè e Aronne. È menzionata in due genealogie, una in Numeri 26, 59: «La moglie di Amram si chiamava Iochebed, figlia di Levi, che nacque [da sua madre] a Levi in Egitto; essa [Iochebed] partorì ad Amram Aronne, Mosè e Maria loro sorella». 

Pippa Blackall, «Miriam the Prophetess» (cattedrale di St Edmundsbury, Suffolk)

Qui sono menzionate anche la madre e la nonna di Miriam, fatto straordinario che credo sia riconducibile alla figura straordinaria della stessa Miriam. Considerato che, nel ripercorrere la storia, raramente possiamo contare su genealogie materne, osserviamo qui che la discendenza di sua madre è di una generazione più vicina a Giacobbe di quella di suo padre. Da entrambi i lati (come i suoi fratelli) Miriam è levita (stirpe sacerdotale) autentica. La seconda genealogia ( 1 Cronache 5, 29) è anch’essa sacerdotale (si noti come continua al verso 30) e include di nuovo Miriam come sorella. Le genealogie riflettono le relazioni sociali; il fatto che Miriam sia sempre sorella, e non figlia o moglie, di questi due grandi leader significa che veniva considerata una figura influente al pari loro, sul loro stesso piano a livello familiare. Ora vi invito a fare uno sforzo di memoria: avete mai sentito dire che Miriam in Israele è stata tanto influente quanto Mosè e Aronne? Per poter apprezzare la sua importanza occorre immaginare un po’ la situazione storica, religiosa e politica d’Israele quando i suoi sacerdoti e i suoi scribi decisero quali testi sarebbero stati sacri, in un’epoca molto successiva a quella del deserto, dove i racconti situano Miriam. Osserviamo ora le caratteristiche principali di questa donna: profetessa di yhwh che canta e balla in suo onore, interprete della parola divina e intermediaria tra yhwh e il popolo. È interessante notare che non si dice nulla dei ruoli tradizionali: non è “moglie di” né “madre di”, e non è profetessa per il suo ruolo di sorella (non è un ruolo ereditario, attribuitole per parentela). Esodo 15, 20-21 è uno dei testi più fecondi. Si tratta di un canto di lode a yhwh dopo che Israele ha attraversato il mare; è il primo canto in libertà. I versi 1-19 sono generalmente attribuiti a Mosè e il ritornello (versi 20-21) a Miriam, ma ci sono elementi che consentono di attribuire a lei l’intero canto (tra gli altri la testimonianza biblica che ricevere i guerrieri vittoriosi con canti e balli era compito delle donne: cfr. Giudici 11, 34; 21, 21; 2 Cronache 35, 25; Qoelet 2, 8 parla di cantatrici). In ogni caso, Esodo 15, 20 è il primo testo che menziona «Maria, la profetessa, sorella di Aronne». Potremmo chiederci se non sia anacronistico parlare di profezia così presto nella storia, quando Israele si stava appena formando. La verità è che la questione della datazione dei testi è molto controversa, sebbene, secondo l’opinione più comune, i testi poetici siano più antichi della prosa, in particolare i canti di Debora in Giudici 5 (un altro canto di lode di una donna a yhwh!) e di Miriam. In ogni caso, se la profezia non è definita dall’uso del termine ebraico nabi’ (maschile) o nebi’a (femminile), che cosa la definisce? Ci sono vari elementi, non tutti presenti in ogni profezia, come i miracoli di Elia, Eliseo e vari uomini di Dio anonimi nei libri dei Re; l’intercessione dinanzi alle disgrazie (vedi Geremia 15, 1, dove Mosè, Samuele e Geremia appaiono insieme); l’interpretazione della volontà divina per la situazione che devono vivere; e, cosa più importante rispetto al nostro testo di Esodo 15, 20-21, l’esortazione alla fedeltà all’unico Dio d’Israele. Se guardate attentamente, vedrete che Miriam sta facendo teologia, sta leggendo la situazione presente — che l’intero popolo può attraversare il mare senza morire affogato e senza l’esercito egiziano alle calcagna — alla luce della parola divina; yhwh lo ha fatto, nessun altro. Ma c’è un segnale d’allarme che Miriam nota: Esodo 14 termina al versetto 31 dicendo che il popolo credette in yhwh e in Mosè suo servo. È un cattivo segno che il popolo confonda un servo con il suo padrone, perciò Miriam invita a lodare solo yhwh («Cantate al Signore… ha gettato in mare cavallo e cavaliere!»). Così il nostro primo incontro con Miriam, la profetessa, è un invito alla lode divina, a non idolatrare nessun essere umano, neppure uno così importante come Mosè il legislatore, che parlava faccia a faccia con Dio. Parlando di questo faccia a faccia con il Signore, passiamo a un altro testo fondamentale. Si tratta di Numeri 12. È un testo lungo, che andrebbe letto partendo dal capitolo precedente per inquadrarlo bene. È uno degli episodi che accadono durante i quaranta anni nel deserto dove parte del popolo mormora contro yhwh. Il testo sembra includere due tradizioni, una sulla sposa africana di Mosè (che poi però non svolge alcun ruolo nel capitolo) e un’altra, più importante, sul ruolo speciale di Mosè come profeta di yhwh (o, detto in modo diverso, sul ruolo di Aronne e di Miriam come portavoce di yhwh). Il conflitto si risolve in modo piuttosto insoddisfacente in quanto a equilibrio di potere tra i tre “fratelli”: la voce divina preferisce Mosè a qualsiasi altro essere umano, Aronne il sacerdote deve verificare che sua sorella è lebbrosa e prega Mosè d’intercedere presso Dio perché guarisca; e Miriam resta isolata, per sette giorni, fuori dall’accampamento perché ha la lebbra. Ma il popolo non riprende il suo cammino verso la terra promessa finché lei non ritorna; il popolo l’aspetta. Perché Miriam subisce nella sua carne le conseguenze di un’azione che non sembrava così terribile? In fin dei conti, [Miriam e Aronne] avevano ragione nel dire che Dio parlava anche per mezzo di loro (se leggete attentamente Numeri 12, 3-9 vedete che in realtà yhwh sta parlando direttamente a loro, pur dicendo di rivolgersi solo a Mosè!). Potremmo trovare vari motivi per questa redistribuzione di potere, ma sospetto che dietro a questo epilogo ci siano tensioni tra fazioni diverse in epoca persiana, quando alcune storie furono convertite in Bibbia e altre restarono fuori dal canone. In quel periodo (vi-v secolo prima dell’era cristiana) c’erano gruppi di ebrei guidati da scribi, sacerdoti e leviti, che si riconoscevano “figli” di Mosè o di Aronne. Ma c’erano anche “figli – e figlie? – di Miriam”, che svolgevano il ministero profetico. Un segnale del suo peso nella comunità è l’esistenza stessa di questa storia, dove da un lato Miriam viene messa “fuori” dall’accampamento, ma dall’altro non può essere eliminata perché gode di un appoggio popolare tale da non far muovere la sua gente finché non si reinserisce nel gruppo. Un indizio analogo appare nel racconto della sua morte, sul quale torneremo in seguito. Sembra che Numeri 12 offra una lettura piuttosto negativa di Miriam, ma è un’inezia se paragonata ad altre ribellioni nel deserto, come in Numeri 11. In modo negativo è vista anche in Deuteronomio 24, 8-9, dove lo status quo religioso levitico è supportato dall’esempio negativo di Miriam. Va notato però che il testo allude solo a «quello che [il Signore tuo Dio] fece a Maria», senza menzionare la lebbra (inoltre Numeri 12 non parla di disobbedienza a yhwh ma di contestazione verso Mosè, che, come abbiamo visto in Esodo 15, 20-21, non è la stessa cosa!). Anche se Numeri 20, 1 dedica a Miriam poche parole, è sorprendente, perché non abbiamo notizia della morte di quasi nessun’altra donna biblica. L’intero capitolo gira attorno alla possibilità che sia morta per mancanza di acqua, e soprattutto, per la mancanza di fede di Mosè e di Aronne. Va nuovamente notato che, a differenza dei suoi fratelli, non si dice mai di Miriam che è morta per castigo divino. È un dato molto importante, perché sarebbe stato più facile farla morire per qualche disubbidienza, soprattutto in questo capitolo in cui Dio si stanca e decide la morte di Mosè e di Aronne. C’è una tradizione che collega Miriam al ritrovamento dell’acqua. Ma credo che, più che questa tradizione, ad aiutarci a spiegare il malessere del popolo dinanzi alla morte di Miriam sia il fatto che si sente orfano, che Miriam ha sempre interceduto tra il popolo e i fratelli e anche tra il popolo e Dio. Questa è un’altra piccola perla del valore che Miriam ha per Israele. Infine, l’unico testo nella letteratura profetica che la nomina rafforza il suo ruolo di guida. Michea 6, 1-8 è un tipico esempio di processo o accusa a Israele per essere stato infedele al suo Dio. Tra i rimproveri che yhwh rivolge a Israele, chiedendogli che cosa gli ha fatto, uno recita: «Ti ho fatto uscire dall’Egitto (…) ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria». L’azione di mandare davanti significa indicare guide e profeti per il popolo: Mosè davanti al popolo che sale sulla montagna, Mosè e Miriam che cantano e guidano il popolo in adorazione a Dio mentre attraversano il mare; Mosè, Miriam e Aronne che camminano davanti al popolo verso la terra promessa. E quando Miriam muore, il popolo si ribella per la mancanza d’acqua (e di Miriam), Mosè e Aronne disubbidiscono a Dio e colpiscono la roccia invece di parlare con lui, e Dio decide che non entreranno nella terra promessa; finisce così la generazione di quanti erano stati mandati davanti al popolo. Il breve testo di Michea mostra, da un lato, le tre figure legate all’esodo e al deserto, una delle tradizioni più antiche d’Israele. Dall’altro, mostra Mosè e Aronne come servi e Miriam come serva di Dio, proprio come profeti. In terzo luogo mostra che per il Dio di Michea, Mosè, Aronne e Miriam sono sullo stesso livello, senza alcuna differenza, eccetto l’ordine in cui sono nominati. Quest’ordine denota una visione patriarcale, che pone sempre la donna all’ultimo posto. Infine va notata l’assenza di riferimenti familiari nel testo. L’autore non dice che Miriam era la loro sorella, ma che l’unica cosa che unisce le tre figure è la vocazione profetica. Miriam dunque non è stata una figura secondaria per Israele, almeno per una parte del popolo. Le tensioni per tenerla lontana o per dissimulare la sua importanza, in particolare in Numeri 12 e in Deuteronomio 24, 8-9, mostrano proprio che c’erano settori per i quali era troppo importante. La storia del popolo eletto non dovrebbe essere la storia dell’eliminazione di una sua componente perché popolare, fedele a Dio e profetica. Ma la buona notizia è che — sebbene con un certo sforzo e con un po’ d’immaginazione — abbiamo recuperato parte di quella storia del popolo di Dio, almeno per quel che riguarda una delle sue figure più importanti e amate.

di Mercedes L. García Bachmann

                     l’autrice

Mercedes L. García Bachmann ha conseguito nel 1999 il dottorato in teologia presso la Lutheran School of Theology (Chicago). Pastore della Chiesa evangelica luterana unita (Argentina e Uruguay), insegna Antico Testamento ed ebraico all’Instituto Superior Evangélico de Estudios Teológicos (Isedet), dove è stata decana (2004-2008) e direttrice di studi postlaurea (2008-2015). Tra le altre istituzioni in cui ha insegnato, la facoltà valdese di teologia di Roma, la facoltà luterana di teologia di Chicago e la facoltà cattolica di teologia dell’università di Münster. Dal 2016 è direttrice dell’Istituto per la Pastorale Contestuale della Chiesa evangelica luterana unita.

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23 ottobre 2019

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