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Mio padre Cecè
vittima innocente
della ‘ndrangheta, il suo
esempio ci ha salvato

· Le voci delle donne ·

Dopo 30 anni l’omicidio è ancora senza colpevoli. La figlia continua la sua battaglia di legalità

La storia della mia famiglia comincia a Locri, in Calabria. Un territorio conosciuto non per essere stato colonia della Magna Grecia, non per la splendida e selvaggia natura, non per le sue spiagge e per il suo mare, ma per la ‘ndrangheta. Molti sbagliano a scriverla, moltissimi a pronunciarla, ma oggi la ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale più potente al mondo.

A Locri mio padre voleva condurre un’esistenza normale, vivere da uomo libero.

Aveva cominciato a lavorare molto presto, come apprendista, da un meccanico, ed era bravo, talmente bravo che piano piano e con fatica si era messo in proprio. All’inizio una piccola officina che però, grazie alle sue capacità e al duro lavoro, aveva fatto crescere. Così aveva cominciato a vendere ricambi, auto usate e poi auto nuove. La sua passione per il mare gli fece investire nella nautica così la sua attività si allargò con la manutenzione e la vendita di motori marini e barche. Una vita fatta di lavoro e famiglia. Una famiglia che amava, tre figli che educava alla vita e cresceva con amore insieme a mia madre, con la quale divideva tutto.

Ma nel mio paese la libertà di lavorare doveva fare i conti con loro, le famiglie dell’‘ndrangheta che controllavano il nostro territorio, che ti lasciavano “in pace” solo se dividevi quello che incassavi ogni mese.

I miei ricordi dell’infanzia sono segnati dai risvegli bruschi nel cuore della notte da colpi di arma da fuoco contro la saracinesca dell’attività di mio padre. Erano gli inizi degli anni ‘80. Ricordo la paura che ci colse nel sonno. Era il modo per costringere mio padre a pagare la “mazzetta”.

Mio padre ci spiegò quello che stava succedendo, che quegli spari erano per spaventarci perché volevano soldi per farlo continuare a lavorare e ci disse che avrebbe denunciato perché «l’unico modo per essere felici nella vita è comportarsi bene», questo ci disse. Mio padre era un uomo sorridente sempre allegro, ma certo quello che ci stava succedendo gli faceva paura. Ma la paura non è nemica del coraggio. E denunciò. Anni di denunce e di intimidazioni fatte di colpi sparati contro le vetrine dell’attività e di telefonate. Ho risposto alla prima telefonata di minacce nel 1984 a 14 anni. Era un giorno normale e io ho semplicemente risposto al telefono che squillava perché ero la più vicina. Una voce calma senza nessun accento mi ha detto di dire a mio padre di pagare o ce l’avrebbero fatta “pagare” loro. E a 14 anni ho fatto la mia prima denuncia. Perché se sei educata al rispetto della legge, questo fai. Nel 1986, mio padre aveva da poco trasferito l’attività in una struttura più grande, una mattina di domenica ci chiamano... c’è del fumo. Noi corriamo, mio padre avanti arriva per primo… entra… ma non c’è più nulla da fare, hanno bruciato tutto.

Lo vedo piangere per la prima volta. Ma lo vedo anche reagire, rialzarsi, chiamarci per ricominciare. Un gesto che è valso più di mille parole. Un esempio che ci ha segnato e aiutato nei momenti più difficili che abbiamo dovuto affrontare.

Il 20 marzo del 1989 ho salutato mio padre sotto casa, lui stava chiudendo il negozio, io uscivo a fare una passeggiata. Avevo 19 anni.

Dopo poco una macchina si è fermata e da dentro lo hanno chiamato. Mio padre, che era un uomo educato alla vita, si è avvicinato pensando avessero bisogno di qualcosa, ma dal finestrino gli hanno sparato due colpi di fucile caricato a pallettoni, uccidendolo. I responsabili non sono mai stati trovati, l’indagine sulla sua morte è stata archiviata. Lo Stato nel 1997 gli ha assegnato una medaglia al valor civile.

Il 20 marzo del 1989 è rimasto per me, per i miei fratelli, per mia madre “Quel giorno”. Da quel giorno nulla è stato più lo stesso. La paura, lo sconforto, la rabbia, il dolore, ci hanno investiti e trascinati. Dopo quel giorno, il suo esempio ci ha salvato. Abbiamo continuato a fare quello che faceva lui: a non chiuderci nella paura e a continuare. Anche a continuare a vivere a Locri. Da quel dolore è nato l’impegno. Impegno a chiedere una giustizia fino a oggi negata, come nella maggior parte degli omicidi di vittime innocenti in Calabria; impegno a fare memoria della storia di mio padre un uomo semplice e onesto, che amava la sua terra e la sua famiglia, che lavorava per costruire una società migliore, con la sua semplicità e il suo sorriso. Impegno a raccontare la sua storia affinché la sua morte non sia stata vana, affinché il suo esempio conduca il nostro agire quotidiano a vivere nel rispetto delle regole e a testimoniare che si può scegliere da che parte stare, che si può scegliere per il bene e che questa scelta è l’unica possibile che porta alla felicità.

Mio padre è Vincenzo Grasso; la famiglia e gli amici lo chiamavano Cecè.

di Stefania Grasso

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22 novembre 2019

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