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​Mio nonno
e mia figlia

· Il racconto di Vera Vigevani Jarach dall’Italia fascista all’Argentina ·

«La mia famiglia si salvò venendo in Argentina, ma mio nonno restò in Italia e finì ad Auschwitz. Non c’è una tomba. Molti anni dopo, in Argentina, toccò a mia figlia Franca. E anche per lei non c’è una tomba. La storia si ripete, a volte nel bene e a volte nel male, e tra le cose che si ripetono c’è il negazionismo. Perciò l’unico antidoto è lavorare per la memoria», assicura Vera Vigevani Jarach, donna minuta e delicata che il prossimo 5 marzo compirà novant’anni. Vede poco ma ciò non le impedisce di lavorare ogni giorno, di leggere, scrivere e partecipare una volta a settimana alle riunioni degli organismi per la difesa dei diritti umani.
La sua vita è cambiata radicalmente dopo la scomparsa della sua unica figlia, Franca, il 25 giugno 1976, quando un comando militare l’ha sequestrata, e non è mai più stata ritrovata. Poco dopo Vera si è unita a quello che, nei primi mesi del 1977, era l’embrione delle Madri di Plaza de Mayo. 

Nata nel 1928 a Milano, Vera è la seconda figlia di una famiglia ebrea. A dieci anni, quando nell’Italia di Mussolini entrarono in vigore le leggi razziali, la espulsero dalla scuola. Vera sente che quella fu la prima ingiustizia che la colpì personalmente, e ricorda il “coraggio” della sua maestra, che corse il rischio di recarsi a casa dei Vigevani per riferire loro la decisione presa dalle autorità scolastiche. Nel 1939, pochi mesi prima dell’inizio della guerra, la famiglia si vide obbligata a fuggire dal paese e a rifugiarsi in Argentina.
A insistere per lasciare l’Italia e andare a Buenos Aires — capitale di un paese che nessuno della famiglia conosceva — fu proprio la madre di Vera, che era cresciuta in stretto contatto con la comunità armena di Venezia e aveva ascoltato in prima persona i racconti delle vittime di quel genocidio iniziato nel 1915. Poté così intuire la gravità di ciò che l’Europa avrebbe vissuto a partire dal 1939. Convinse suo marito ma non riuscì a persuadere suo padre Ettore, il nonno di Vera, che fu assassinato ad Auschwitz. Questi cercò di uscire dall’Italia nel 1943 ma fu catturato al confine con la Svizzera, vicino Varese, e portato in una cella di quella città. Fu poi trasferito nel carcere di San Vittore e da lì alla stazione di Milano, da dove i deportati partivano per Auschwitz. Oggi il suo nome è inscritto nel Luogo della Memoria, all’interno della stazione milanese.
In Argentina, invece, la stanza di Franca è rimasta così com’era dal giugno 1976. Sulla parete è appeso un disegno fatto da lei nel 1965, quando aveva sette anni. Un altro quadro occupa la parete di fronte: è un abecedario in italiano che Vera e Jorge Jarach avevano preparato per lei ancora prima che nascesse. Hanno anche conservato tutte le poesie scritte da Franca. Vera a volte le legge, ma ormai le sa a memoria. «Non ho mai saputo bene come l’hanno arrestata», racconta Vera, che ha smosso mari e monti per scoprire dove era andata a finire sua figlia. Ha persino incontrato due volte l’allora presidente italiano Sandro Pertini per riuscire a sapere qualcosa.
Quegli anni di angoscia e d’incertezza, a cui Vera allude costantemente, hanno avuto termine nel 1983, quando alcuni suoi amici hanno letto su un giornale italiano un’intervista a una sopravvissuta dell’Esma dove affermava di aver trascritto per quel centro di detenzione clandestina un interrogatorio a cui avevano sottoposto Franca. I suoi amici si sono subito messi in contatto con i Jarach, ed è così che Vera e Jorge sono venuti a sapere che fine aveva fatto la figlia. Ma la sopravvissuta non aveva visto Franca di persona, per cui non sapeva con esattezza che ne era stato della sua vita.
«A metà del 1996, alcuni antropologi forensi, a cui mi ero rivolta da tempo perché effettuavano controlli incrociati sui desaparecidos, mi hanno messo in contatto con una persona che era stata sequestrata nell’Esma insieme a Franca. Quando l’ho incontrata, mi ha confermato di aver conosciuto mia figlia durante il suo mese e mezzo di detenzione, per cui pensiamo che Franca sia stata destinata a uno dei famosi voli della morte. Sentire ciò è stato terribile, ma è stato anche un sollievo, perché ho pensato che non era stata sequestrata a lungo e quindi non doveva aver sofferto tanto». Un’amara verità attesa per oltre vent’anni.

di Silvina Pérez

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