Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Miniera di vita. E di morte

· Il racconto della letteratura ·

«Non aveva paura; né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno stagno d’acqua sulfurea; sapeva sempre dov’era: toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e qui ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno».

Dino Vaccaro «Dalla pirrera a Charleroi»

È il 1907 quando Luigi Pirandello firma una delle sue novelle più famose, Ciàula scopre la luna, in cui descrive la condizione dei solfatari siciliani. Creando la figura del povero caruso, ultimo tra gli ultimi, che non merita nemmeno un nome (ciàula in dialetto siciliano significa cornacchia), il futuro premio Nobel si inserisce a pieno titolo nel filone di scrittori occidentali che hanno denunciato, ognuno con il suo sguardo, le durissime condizioni dei minatori. Per tante e diverse ragioni, infatti, pochi ambiti come quello minerario li hanno ispirati nella denuncia delle miserevoli e drammatiche condizioni di lavoro e sfruttamento cui erano obbligati gli uomini, ma anche le donne e i bambini che vi erano impiegati.

Pare ad esempio che quando, nel 1812, i fratelli Grimm rielaborarono la fiaba popolare di Biancaneve, attraverso la figura dei sette nani volessero rievocare i bambini schiavi di Filippo iv sfruttati nelle miniere di rame e cresciuti deformi per le disumane fatiche fisiche, unite alla denutrizione.

È quindi il 1878 quando sulla rivista «Il Fanfulla» esce un racconto ambientato nella cava di rena rossa fra Monserrato e la Carvana, a nord di Catania. In esso pagina dopo pagina, Giovanni Verga fa emergere in tutta la sua complessità il vinto Malpelo, indimenticabile ragazzino minatore cresciuto a bastonate e male parole, emarginato dai pregiudizi, oltre che vittima tra le vittime di uno sfruttamento istituzionalizzato. Il «torvo, ringhioso, e selvatico» Malpelo delle prime righe, che non avrà nemmeno la scoperta della luna come conforto, diventa così una figura capace di suscitare drammatici interrogativi, sempre attuali.

Sette anni dopo la prima versione della novella verghiana, esce il romanzo di Emile Zola, Germinale (1885). Questa volta siamo nel nord della Francia: seguiamo il protagonista, Etienne Lantier, dall’arrivo in un villaggio minerario vicino alla cittadina di Montsou. Nella descrizione minuziosa delle durissime condizioni di vita e di lavoro, fanno la loro comparsa anche le rivendicazioni politiche, lo sciopero (che, infruttuoso, si protrarrà per due mesi) e la presenza femminile. Mogli dei minatori spesso impiegate loro stesse sottoterra (come la Catherine di cui si innamora Etienne, che fa la badilante), sono loro ad aprire il corteo nel momento clou dello sciopero. «Erano dapprima comparse le donne, quasi un migliaio, coi capelli scomposti, spettinate dalla corsa, dagli abiti a brandelli (...). Alcune, che tenevano in braccio il loro ultimo nato, lo sollevavano in alto, lo agitavano come un vessillo di lutto e di vendetta. Altre, più giovani, impettite come altrettante guerriere, brandivano alto i bastoni, mentre le vecchie, orrende, urlavano così forte, che le corde dei colli scarniti parevano lì lì per spezzarsi. Poi passarono gli uomini, duemila esseri furibondi, manovali, scavatori, facchini, una massa compatta che pareva formare un unico macigno semovente».

La tragedia finale è servita, moltissimi minatori moriranno nelle viscere del sottosuolo: in chiusura troviamo Etienne, all’alba, che cammina tra i campi. Mentre sta andando a prendere il treno che lo porterà a Parigi, gli pare di vedere germinare i suoi compagni di fatica periti nell’incidente. Come semi nella terra per una generazione nuova.

Se già Zola aveva visitato la miniera della compagnia Anzin per scrivere il suo romanzo, con il medico e scrittore scozzese A. J. Cronin, che darà volto e voce al mondo dei minatori d’oltremanica nei romanzi E le stelle stanno a guardare (1935) e La cittadella (1937), incontriamo un narratore che conosce in prima persona il mondo minerario che racconta.

Nato nel 1896 a Cardloss, figlio unico di madre protestante e padre cattolico, non ebbe una vita facile il piccolo Archibald Joseph («Ho un nome veramente orribile. Sono stato chiamato Archibald, vano omaggio, abbastanza inutile, a mio nonno Montgomerie. E Joseph in onore del santo. La combinazione è ridicola. Quindi preferisco essere conosciuto semplicemente come A.J.»). La morte precoce dei genitori, lo lasciarono improvvisamente orfano e poverissimo: fu dunque grazie alla carità (un po’ forzata) di uno zio duro e avaro che venne inviato alla Dumbarton Academy, dove tra l’altro vinse diverse gare di scrittura. Cronin studiò poi medicina a Glasgow, grazie a una borsa di studio ottenuta per merito, esattamente come comunque farà gran parte dei suoi personaggi. Laureatosi nel 1919, membro del Royal College of Physicians, fu medico in vari ospedali e, durante la Grande Guerra, nella Royal Navy. Dopo aver prestato servizio come chirurgo su una nave per l’India, si trasferì nella zona mineraria del Galles del Sud e nel 1924 divenne ispettore medico delle miniere, occupandosi in particolare delle malattie professionali.

Queste esperienze finiranno in alcuni dei suoi libri, in cui, raccontando la vita delle comunità minerarie, Cronin denuncerà le ingiustizie subite dai lavoratori, stimolando i controlli delle autorità per garantire una maggiore sicurezza nelle miniere di carbone. È il caso, appunto, dei due romanzi citati, che lo resero famoso negli Stati Uniti, anche grazie alle trasposizioni cinematografiche (dopo aver visto la pellicola tratta da E le stelle stanno a guardare, Graham Greene commenterà: «Il film ispirato dal romanzo del dottor Cronin è bellissimo. Penso che in Inghilterra non abbiamo mai prodotto nulla di meglio»).

Due anni dopo l’uscita del primo film tratto dal romanzo di Cronin, sarà John Ford a firmare una pellicola dedicata ai minatori gallesi: in Com’era verde la mia valle (1941), ispirato all’omonimo romanzo di Richard Llewellyn, l’anziano Huw Morgan ripercorre la vita della sua famiglia, salutando un contesto lavorativo e sociale ormai tramontato.

Per inciso, merita di essere ricordato che anche Ken Follett ha dedicato un romanzo al mondo delle miniere: si tratta del non notissimo Un luogo chiamato libertà (1995), che si apre nella Scozia del 1767. Protagonista è Mack, minatore ventenne anima di uno sciopero generale che metterà a soqquadro Londra, e che per questo finirà esiliato nelle colonie americane (riuscendo poi a fuggire).

Facendo un balzo temporale, la letteratura non ha dimenticato la tragedia di Marcinelle quando — era la mattina dell’8 agosto 1956 — nella miniera di carbone Bois du Cazier, morirono 262 persone (delle 275 presenti), 136 immigrati italiani. L’episodio — oggetto anche del libro a fumetti di Igor Mavric e Davide Pascutti, Marcinelle, storie di minatori (2006) — si inserisce nella drammatica pagina di storia dell’emigrazione italiana in Belgio quando le miniere del paese, disertate dai residenti, spalancarono le porte a un esercito di disperati.

È questo, ad esempio, il centro del romanzo di Roberta Sorgato, nata in Belgio da genitori italiani, Cuori nel pozzo (2010). «Parlo perché so — dice un uomo agli attoniti emigranti mentre il treno li sta portando dall’Italia in Belgio — non solo come cominciano ma, soprattutto, come e dove finiscono questi viaggi: all’inferno, con l’obbligo, per contratto, di restarci almeno cinque anni prima di cambiare lavoro e poter uscire dalla miniera senza finire in galera. Con i più vivi ringraziamenti di De Gasperi! (...) Il nostro governo — continuò l’insolito predicatore — ha stipulato un contratto con il governo belga, ma qualcuno dice anche direttamente con le miniere, poco importa! Quel che importa è che, per ogni minatore italiano che va a lavorare in Belgio, l’Italia ha garantita una certa quantità di carbone o di valuta preziosa. Voglio solo che vi facciate un’idea di quello che vi aspetta, così siete ancora in tempo per decidere se proseguire o fare dietro front».

Questo mondo delle miniere sembrerebbe ormai avviato all’estinzione: se lo scorso 21 dicembre ha chiuso l’ultima miniera della Ruhr, quella di Prosper-Haniel («Finisce un’epoca», ha commentato Jean-Claude Juncker, intervenuto alla cerimonia), il 18 dicembre di tre anni fa è stata invece la volta della Gran Bretagna quando, alle 15.30 in punto, terminò l’ultimo turno dell’impianto di Kellingley nello Yokshire. Dalla Londra ottocentesca grigia di fuliggine alle proteste degli anni Ottanta del Novecento contro le scelte del governo conservatore (da cui il noto film di Mark Herman, Grazie, signora Thatcher): calava così il sipario sul carbone, con tutto ciò che la sua estrazione ha significato in termini economici, sociali e politici. Non dimentichiamo, del resto, che il primo accordo di integrazione del vecchio continente a seguito della tragedia della seconda guerra mondiale fu sancito nel 1952 con la nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

Eppure, se allarghiamo lo sguardo, ci accorgiamo che la lunga storia delle miniere non è giunta al termine: il carbone, infatti, non è scomparso dalla scena delle fonti di energia. Resta con i suoi circa otto miliardi di tonnellate estratti nel mondo, quasi la metà dei quali in Cina, seguita da Stati Uniti, India, Australia e tanti altri paesi che sul carbone basano il loro successo economico.

Se non ci sono più tedeschi, francesi, inglesi o italiani che fuggono dai loro paesi per non dover «più lavorare sottoterra» — come esclamava Diamante, protagonista dello splendido Vita (2003) di Melania Mazzucco, partito dall’Italia per cercare fortuna negli Stati Uniti di inizio Novecento — le miniere continuano a funzionare in tante parti del mondo.

A funzionare, e a uccidere: poche ore prima della chiusura nella Ruhr, infatti, un’esplosione a quasi 900 metri di profondità ha ucciso 13 persone — 11 polacchi e due cechi — in una miniera di carbone a Karviná, nella Repubblica Ceca. Più grave il bilancio del 20 ottobre scorso quando 21 uomini sono morti in Cina nella Longyun Coal Mining, nello Shandong. Sono solo alcuni dei tanti incidenti minerari registrati qua e là nel pianeta. Per tanti romanzieri, dunque, la penna è ancora fumante: c’è da raccontare una realtà estremamente attuale.

di Giulia Galeotti

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE