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Mille e una Fortezza

· L'etica delle virtù ·

Come suggerisce l’origine latina (fortis), la parola “fortezza” ha qualcosa a che vedere con la determinazione, la fermezza e la forza. Aristotele d’altra parte associa la parola greca andreia al vigore e alla tenacia sul campo di battaglia. Secondo lui e secondo altri filosofi greci il ruolo di tale disposizione d’animo consiste nel fronteggiare due passioni, paura e temerarietà, e questo perché gestire male l’una o l’altra passione conduce nel primo caso alla codardia e nel secondo all’incoscienza. San Tommaso d’Aquino include il combattimento spirituale, come quello fisico, nel campo della “fortezza”. Egli prende atto, infatti, di quanto gli esseri umani si confondano a livello emotivo e tendano a lasciarsi trascinare verso cose che li attraggono ma che sono contrarie al bene della ragione. In conclusione, dunque, per essere sicuri di non “indietreggiare” è necessaria la virtù della fortezza.

San Bernardo di Chiaravalle vedeva la fortezza nel carattere di Maria nell’episodio dell’Annunciazione (nell’illustrazione l’interpretazione data da Caravaggio, 1608).

Ma che significato dare oggi alla fortezza? Prima di rispondere è bene confrontarsi con aspetti poco chiari a essa connessi. In primo luogo v’è una questione di genere. Sebbene il sostantivo “fortezza” sia femminile, lo stesso concetto viene espresso anche, seppure non sempre, con parole che hanno una forte associazione con la “virilità”: già la parola greca andreia deriva da ανήρ/ανδρóς, indicante un maschio adulto. La radice latina fortis si riferisce invece soprattutto alla determinatezza e alla fermezza, che non sono caratteristiche esclusive di un genere. È interessante notare, a questo proposito, come il sinonimo di fortezza, ovvero “coraggio”, derivi dalla parola latina per cuore (cor). E, mentre Aristotele si riferiva alla fortezza in termini di audacia virile, col cristianesimo si è iniziato ad applicare le virtù cardinali tanto agli uomini quanto alle donne, in special modo ai martiri. In particolare San Bernardo di Chiaravalle vedeva la fortezza nel carattere della Vergine Maria nell’episodio l’Annunciazione. Ed è rilevante che la scorga in relazione a come Maria ha preservato la propria integrità. Oggi potremmo dire che a fare emergere la fortezza di Maria è stata la sua capacità di vincere diversi tipi di paura — la paura della disapprovazione, la paura del rifiuto e la paura dell’ignoto — nonché di portare avanti la sua vocazione, quella di diventare la madre di Dio.

In secondo luogo, v’è una questione di impiego della parola. Oggi “fortezza” può indicare diverse testimonianze di quella virtù in ambiti altrettanto diversi. Nella sfera sociale, ad esempio, casi di delazione, attivismo e perfino di disobbedienza civile potrebbero essere considerati manifestazioni di fortezza. Nell’ambito personale, poi, prendersi cura di un figlio disabile o di un genitore anziano, superare una dipendenza o sopportare il dolore della malattia potrebbero essere espressioni di fortezza. Infine, nel contesto professionale la parola fortezza non indica più una prerogativa dei militari.

Ma esiste anche una complessità concettuale. La comprensione della fortezza oggi è complicata dalla molteplicità delle parole a essa strettamente connesse o delle espressioni che hanno fondamentalmente lo stesso significato pur ammettendo caratteristiche e valori differenziati. In inglese ci sono termini come courage — ovvero coraggio, nelle sue diverse forme, ad esempio “morale”, “civile”, “collettivo” e “professionale” — bravery, valour, daring, boldness e audacity. In polacco odwaga significa męstwo, dzielność, smialość e waleczność, mentre in italiano per indicare la fortezza esistono parole come coraggio, animo, valore, ardimento e arditezza. È anche a causa di questa diversità di termini, dell’ambiguità dei loro significati derivanti dal loro contesto e applicazione, come pure dei significati associati alla virilità e alla guerra, che alcuni studiosi considerano la fortezza un concetto ridondante. E le difficoltà di carattere concettuale non si fermano qui. Ciò che qualcuno definisce coraggioso un altro potrebbe ritenerlo fanatico o vile. I prodi di ieri possono diventare i vili di oggi. Non è facile inoltre capire quali atti impavidi esprimono la virtù della fortezza e quali al contrario promuovono fini malvagi. Un terrorista può essere descritto come coraggioso quando vince la paura, affronta il pericolo e addirittura la morte mentre con fermezza fa detonare una bomba. Provare paura e temerarietà ed essere capaci di venire a patti con loro (condizione per esser forti) è poi anche possibile per una serie di ragioni solo apparentemente buone. A causa di tutte queste complessità, dunque, alcuni pensatori preferiscono concentrarsi solo su aspetti della fortezza quali la resilienza e la resistenza.

Una cosa è però certa. Grazie ai nuovi sviluppi nell’etica della virtù e nella psicologia positiva esiste oggi un rinnovato interesse per la fortezza. Linda Zagzebski, nel suo Exemplarist Moral Theory, esamina diversi modelli di virtù. La fortezza è, a suo parere, esemplificata dall’eroe. Zagzebski illustra il caso di Leopold Socha, ispettore fognario ed ex ladro, che aiutò alcuni suoi concittadini polacchi, sia cristiani che ebrei, a fuggire durante l’occupazione nazista. Questa storia, raccontata con forza nel film In Darkness di Agnieszka Holland, mostra come sia possibile trovare risorse interiori per cambiare moralmente e agire impavidamente per il bene degli altri.

Rosa Parks in una fotografia scattata a metà degli anni ’50 (sullo sfondo Martin Luther King). Nel 1955 in Alabama si rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco. La sua disobbedienza ha dato inizio al movimento per i diritti civili.

Proprio agire per il bene altrui o, più in generale, per il bene morale o la prosperità umana — l’eudaimonia aristotelica o la beatitudine tomistica — è il fine della fortezza. Nella tradizione dell’insegnamento sociale cattolico, la prosperità umana è collegata al bene comune. Detto semplicemente: non posso essere felice se le altre persone intorno a me sono infelici. È chiaro, quindi, che le azioni terroristiche omicide e gli atti di audacia fini a se stessi non potranno mai essere considerati gesti di fortezza. Ma esercitare la fortezza è difficile, per la presenza costante di ostacoli dentro di noi sotto forma di desideri disordinati e di paure, e per le pressioni e i condizionamenti dei sistemi politici e delle realtà sociali, e comunque del mondo esterno in generale. Parlare quando gli altri tacciono, come ha fatto la quarantaduenne Rosa Parks il 1° dicembre 1955 a Montgomery, esige fortezza. La sua disobbedienza ha portato a una rivoluzione nei rapporti interrazziali negli Stati Uniti e dato inizio al movimento per i diritti civili. Quel che ha fatto è stato audace. L’ha resa un’eroina.

Non è facile, è vero, immaginarci capaci di fortezza. Tuttavia la nostra vita quotidiana è il terreno ideale dove assumerci dei rischi, affrontare e superare preoccupazioni, resistere al dolore e renderci vulnerabili per amore del bene morale. Forza e fermezza (fortis) nell’esercizio della fortezza significa prima di tutto avere fermezza di mente e resistere alle pressioni di chi vuole che ci conformiamo passivamente. La fortezza in questo senso supera la negatività e le forze distruttive anche se non è sempre vittoriosa. Quando poi è fortificata dalla fiducia in Dio, essa ottiene una ulteriore dimensione. Come ha suggerito Giuliana di Norwich, la mistica inglese modello di fortezza: «Per quanto riguarda la nostra natura essenziale, noi siamo in Dio e Dio in noi». La consapevolezza che siamo in Dio e Dio è in noi è ciò che come cristiani troviamo profondamente confortante e che rende la fortezza una forza celeste anziché militare.

di Anna Abram
Anna Abram è preside del Margaret Beaufort Institute of Theology a Cambridge, Regno Unito

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19 novembre 2019

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