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Milioni di tunisini al voto per il cambiamento

· Si profila la maggioranza degli islamici nell’Assemblea costituente ·

Ancora poche ore e la Tunisia, che aspetta con il fiato sospeso, conoscerà un po’ di più del suo futuro. È stato un voto pacifico quello che ieri si è svolto nel Paese arabo per scegliere i 218 componenti l’Assemblea costituente. Un voto che ha segnato un’affluenza record e al quale il Paese è arrivato dopo una campagna elettorale lunghissima. Infatti, se quella ufficiale è cominciata il 4 ottobre, quella reale è partita già agli inizi dell’estate, quando in un primo momento era stato annunciato dal Governo che si sarebbe andati alle urne il 24 luglio. Il rinvio della data (per motivi organizzativi) piuttosto che allontanare le ostilità ha dato il via a una lunghissima stagione politica, apparentemente affrontata con distacco, ma che sottotraccia è stata durissima, a tratti anche violenta.

Ciò che già si conosce con certezza è l’eccezionale tasso di affluenza: oltre il novanta per cento solo per quanto riguarda gli oltre quattro milioni di elettori che si erano iscritti nelle apposite liste, cui andrà aggiunta una fetta sicuramente importante degli ulteriori 3,1 milioni di non iscritti ma aventi comunque diritto al voto, sui quali peraltro al momento mancano completamente informazioni. «È stata superiore a tutte le aspettative», ha commentato il presidente della Commissione elettorale centrale, Kamel Jendoubi, il quale ha aggiunto che sono state riscontrate «qualche irregolarità e difficoltà», non tali comunque da inficiare l’esito della votazione. Intanto, Rachid Al Ghannouchi, il leader del movimento islamico Ennahdha, rientrato in patria il trenta gennaio scorso dopo 22 anni di esilio, ha sottolienato come «una partecipazione del genere dimostri la sete di democrazia del nostro popolo».

Sulla sostanziale regolarità delle operazioni hanno concordato praticamente tutti gli osservatori, stranieri compresi. L’Assemblea avrà il compito di redigere la nuova Costituzione e di nominare il presidente della Repubblica, al quale a sua volta spetterà dare vita a un Governo di transizione: si valuta che per il primo adempimento occorrerà circa un anno, mentre per il secondo si dovrà aspettare non prima del 9 novembre prossimo. Fino ad allora resterà in carica l’attuale Gabinetto ad interim che, una volta completata la stesura della Carta fondamentale, indirà elezioni parlamentari vere e proprie.

Con il voto di ieri la Tunisia non mette solo in gioco il suo futuro, ma soprattutto l’essenza stessa dello Stato che, sino a oggi, ha vantato la sua sostanziale laicità, pur se c’è chi sottilizza su laicità dello Stato e laicità del Paese, che è differenza sostanziale. Ma la Tunisia sa anche che, se a vincere o a essere determinanti in un eventuale Governo di coalizione fossero gli uomini di Ennahdha, sarebbe costretta a rivedere le sue stesse fondamenta. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, si è felicitato con la Tunisia «per il modo pacifico e ordinato in cui si sono svolte le elezioni».

Occorrerà attendere domani per conoscere i risultati ufficiali delle elezioni ma in base ai primi dati ufficiosi che cominciano a circolare, tuttavia, si profila una conferma delle previsioni favorevoli agli islamici moderati di Ennahdha, che anzi avrebbero ottenuto un successo superiore alle attese. Secondo fonti dello stesso partito, anziché il venti per cento delle preferenze quest’ultimo ne avrebbe conquistato oltre il quaranta, con punte del cinquanta o più in alcune circoscrizioni e tra i tunisini residenti all’estero. Se tali proiezioni appaiono in effetti di parte, va detto che le forze laiche hanno tuttavia già ammesso la vittoria degli avversari.

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16 ottobre 2019

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