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Mica tanto favoloso

· Nelle sale cinematografiche italiane il film su Leopardi ·

Esce in questi giorni nelle sale italiane Il giovane favoloso di Mario Martone, già presentato all’ultimo festival di Venezia, dove ha ricevuto una buona accoglienza da parte di critica e pubblico.

Siamo nei primi anni dell’Ottocento. Giacomo Leopardi (Elio Germano) cresce da genitori nobili in una casa-biblioteca di Recanati, nello Stato Pontificio. Dopo un’infanzia serena e un’adolescenza relativamente tranquilla nonostante i precoci problemi fisici, il giovane intellettuale e poeta comincia a sentire l’insofferenza per l’isolamento culturale in cui si trova e per i complicati rapporti con i genitori (Massimo Popolizio e Raffaella Giordano) non dispotici ma ai suoi occhi troppo rigidi e conservatori.

Si sposta così prima a Firenze, dove fa la conoscenza del patriota Antonio Ranieri (Michele Riondino) e della nobildonna Fanny Targioni Tozzetti (Anna Mouglalis), di cui si invaghisce, e quindi con questi due a Napoli, in piena epidemia di colera. Ma fra il peggioramento delle sue condizioni di salute e le incomprensioni ricevute per la sua opera e il suo pensiero, non troverà più la serenità dei primi anni di vita. E questa irrequietudine verrà a stento placata dai sempre più intensi slanci di ispirazione poetica.
I grandi film biografici sono merce davvero rara. E di capolavori il genere non ne conta probabilmente nessuno. Non c’è da stupirsi o scandalizzarsi, allora, se Mario Martone non è riuscito nell’intento di rendere giustizia alla vita di uno dei più grandi poeti italiani. Un po’ perché in generale, come probabilmente direbbe lo stesso Leopardi, l’esistenza umana è piena di troppi episodi banali per essere interessante su un piano drammaturgico, almeno se si decide di raccontarla tutta, ancorché ovviamente a grandi linee. E un po’ perché in particolare quella del protagonista è stata notoriamente priva di grandi azioni e accadimenti esteriori, e compensata da quei tumulti dell’animo che certo non è facile rendere sul grande schermo.
Nel raccontare questa vita a dir poco singolare, però, si poteva fare comunque di più. La sceneggiatura firmata dallo stesso regista e da Ippolita Di Majo non riesce per esempio a mettere davvero a fuoco quella che doveva essere una delle dinamiche cruciali della giovinezza del protagonista. Ossia la dicotomia fra un’educazione religiosa ma dal sapore oscurantista, impartita da genitori dalla mentalità sorpassata e incapaci di vedere l’umanità dietro il dogma, e una spiritualità interiore al contrario profondamente umana e umanista, che parte dal terreno per raggiungere l’eterno. 

di Emilio Ranzato 

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22 agosto 2018

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