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Mi dia del voi
e non del lei

· Mussolini e l’autarchia linguistica ·

Una pagina della nostra storia, oscura e poco nota al grande pubblico, viene per la prima volta raccontata attraverso le immagini nel bellissimo documentario Me ne frego! di Valeria Della Valle per la regia di Vanni Gandolfo.

Il palazzo M di Latina

A partire dal motto forse più celebre del fascismo — quel motto “crudo” come lo definì D’Annunzio che lo fece suo e che dai legionari fiumani passò alle camicie nere — la linguista Valeria Della Valle ricostruisce il progetto di autarchia linguistica di Mussolini, progetto che avrebbe dovuto garantire un nuovo purismo espressivo in sintonia con l’ideologia fascista. La scelta sapiente e l’accurato montaggio dei materiali d’archivio dell’Istituto Luce, l’intensità coinvolgente del racconto, le citazioni d’epoca, il tocco ironico e leggero delle animazioni fanno di questo documentario una straordinaria narrazione visiva che restituisce lo svolgersi della politica linguistica del fascismo, ripercorrendone simboli e riti. 

Coreografie e spettacoli interpretavano un regime corale e grandioso, mentre il mito di Mussolini veniva alimentato dalla replica ossessiva della sua immagine e delle sue parole. La m, da undicesima lettera dell’alfabeto, si trasformò nel simbolo più riconoscibile del regime e venne declinata in pietra, in foglie d’alloro, in cartapesta, in fiaccole e persino in forma vivente da bambini e ragazzi che, nell’attività ginnica e nelle esercitazioni militari, erano costretti a mortificare la loro vitalità schierandosi a comporre il nome del duce.
Le scritte intanto veicolavano le parole del regime. I motti, onnipresenti e ben visibili, riprodotti nelle città e nelle campagne, con la loro elementare struttura linguistica e la loro rapidità imperativa rappresentavano un capillare strumento di propaganda. Così i muri parlanti si aggiungevano alla stampa, alla radio, al cinema e soprattutto alla scuola. Da luogo di libero apprendimento e occasione di uguali opportunità la scuola — così necessaria in un’Italia tanto povera e tanto poco alfabetizzata come era quella di allora — divenne il laboratorio dove far crescere futuri fascisti, bambini precocemente militarizzati e bambine che si preparavano al destino di maternità, mentre si coltivava la pericolosa illusione di una comunità chiusa e bastante a sé stessa, ma decisa a farsi erede del ruolo egemone della romanità attraverso il mito della supremazia della nazione e dell’espansione imperialistica.

Prescrizioni e divieti toccarono ogni aspetto della civile convivenza nel tentativo di disciplinare il modo di pensare, di agire e di comunicare degli italiani. Il delirante progetto di una nuova lingua imposta e normalizzata, espressione della «purezza dell’idioma patrio», significò lotta alle parole straniere con proposte sostitutive spesso improbabili se non addirittura grottesche (cocktail - arlecchino; swing - slancio; bar -mescita); italianizzazione dei toponimi e dei cognomi; abolizione dei dialetti; repressione delle minoranze linguistiche. Si arrivò persino a modificare de iure il sistema allocutivo imponendo l’appellativo di cortesia “voi” al posto del “lei”, messo al bando perché servile e straniero.

di Francesca Romana De'Angelis

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22 marzo 2019

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