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Mi basta lucidare
le scarpe ai santi

· Guida spirituale in tempi difficili ·

Sulla perenne attualità della testimonianza di John Henry Newman, canonizzato da Papa Francesco domenica 13, è incentrato il libro, curato da Giuseppe Merola, Vita nello spirito. Il cuore parla al cuore (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2019, pagine 150, euro 10) di cui pubblichiamo, di seguito, la prefazione e ampi stralci della lettera inviata da Paolo VI  a Léon Lommel, vescovo di Lussemburgo (17 maggio 1970).

Vermeer, «Allegoria della Fede cattolica» (Metropolitan Museum of Art  New York 1671-1674 circa)

Quando Newman una volta sentì dire che l’avrebbero chiamato santo, scrisse con il suo umorismo secco: «Non sono portato a fare il santo, è brutto dirlo. I santi non sono letterati, non amano i classici, non scrivono romanzi… Mi basta lucidare le scarpe ai santi, se san Filippo in cielo avesse bisogno di lucido da scarpe» (The Letters and Diaries of John Henry Newman, volume XIII, pagina 419). Lungo tutta la sua vita Newman pensò di essere ben lontano dall’ideale della santità. Ma dalla sua “prima conversione”, all’età di 15 anni (1816), la sua aspirazione fu tutta rivolta a Dio, che aveva riconosciuto come Creatore e fulcro della sua vita.

La consapevolezza della presenza di Dio, la fede sincera nei confronti della Rivelazione e la disponibilità a farsi carico della responsabilità per la salvezza delle persone caratterizzarono tutta la sua vita. Nel corso della sua “prima conversione” fece suo anche il seguente motto come principio di vita: «La santità piuttosto che la pace». Cercò di svelare ogni tipo di falsa pace, di seguire la Verità in modo incondizionatamente e di condurre una vita conforme al Vangelo. Il giorno dopo la sua morte il quotidiano inglese più famoso pubblicò un elogio funebre che terminava con queste parole: «Di una cosa possiamo essere certi, che il ricordo di questa vita pura e nobile durerà e che… egli sarà santificato nella memoria della gente pia di molte confessioni in Inghilterra, se Roma lo canonizzi o no… Il santo che è in lui sopravvivrà» («The Times», 12 agosto 1890).

Negli anni ‘50, verso la fine del pontificato di Pio XII, si aprì ufficialmente il processo di canonizzazione. È sorprendente con quanta chiarezza gli ultimi Pontefici abbiano espresso la loro stima per il cardinale inglese, sottolineando pure la sua rilevanza profetica per il nostro tempo. Quando il 27 ottobre 1963 venne beatificato il passionista Domenico Barberi, che aveva accolto Newman nella Chiesa cattolica, Paolo VI disse a proposito di Newman: «Guidato solo dall’amore alla verità e dalla fedeltà a Cristo, ha tracciato un cammino, il più impegnativo, ma anche il più grande, il più significativo, il più risolutivo che il pensiero umano ha mai intrapreso durante il secolo scorso, anzi si potrebbe dire durante il tempo moderno, per arrivare alla pienezza della sapienza e della pace». Paolo VI ebbe una grande venerazione per Newman.

In una lettera del 7 aprile 1979, indirizzata all’Arcivescovo di Birmingham in occasione del centenario del Cardinalato di Newman, Giovanni Paolo II scrisse: «Newman, con visione quasi profetica, era convinto che egli stava lavorando e soffrendo per la difesa e la promozione della causa della religione e della Chiesa non solo nel periodo a lui contemporaneo ma anche per quello futuro. La sua influenza ispiratrice di grande maestro della fede e di guida spirituale viene percepita sempre più chiaramente proprio nei nostri giorni».

Benedetto XVI, che beatificò Newman il 19 settembre 2010 a Birmingham, disse nel discorso natalizio alla Curia romana pronunciato il 20 dicembre 2010: «Perché è stato beatificato? Che cosa ha da dirci? A queste domande si possono dare molte risposte… dobbiamo imparare dalle tre conversioni di Newman, perché sono passi di un cammino spirituale che ci interessa tutti. Vorrei qui mettere in risalto solo la prima conversione: quella alla fede nel Dio vivente. Fino a quel momento, Newman pensava come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo e del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente afferrabile. È questa la “realtà” secondo cui ci si orienta. Il “reale” è ciò che è afferrabile, sono le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale, ciò che conta. Sono molto più reali degli oggetti afferrabili. Questa conversione significa una svolta copernicana. Ciò che fino ad allora era apparso irreale e secondario si rivela come la cosa veramente decisiva. Dove avviene una tale conversione, non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma fondamentale della vita. Di tale conversione noi tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno: allora siamo sulla via retta».

Anche Papa Francesco ha espresso più volte la sua simpatia per Newman. Nella programmatica Esortazione apostolica Evangelii gaudium del 24 novembre 2013, nella parte circa le tentazioni degli operatori pastorali, il Santo Padre cita da una lettera di Newman: «È evidente che in alcuni luoghi si è prodotta una “desertificazione” spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane. Lì “il mondo cristiano sta diventando sterile, e si esaurisce, come una terra super sfruttata che si trasforma in sabbia” (The Letters and Diaries of John Henry Newman, volume III, pagina 204)» (n. 86). In questo passo il Romano Pontefice parla, con parole di Newman, della sterilità di una vita e di un’attività senza Dio, purtroppo talvolta riscontrabile anche all’interno della Chiesa. Quanto più siamo uniti a Dio, seguendo il suo piano, tanto più porteremo frutti nel nostro impegno.

Nella gioia della canonizzazione di Newman vi salutiamo cor ad cor.

di Hermann Geissler
e Birgit Dechant

L’eterna giovinezza della sua voce

Radicata nel cuore dell’esistenza variabile come il cielo, mutevole come il vento, tumultuosa come l’oceano, la meditazione penetrante di Newman lo conduce passo dopo passo — one step is enought for me — verso la Luce gentile — Kindly Light — il cui chiarore dissipa equivoci e incertezze, e la cui certezza è fonte di serenità per lo spirito e di pace per il cuore. Ci fa bene ascoltare questa grande voce denunciare i danni di una critica malata e pretenziosa, ricordarci che ognuno «deve confessare di essere esposto all’inganno da false parvenze e falsi ragionamenti, di essere influenzato dal pregiudizio e portato fuori strada dalla vivezza della fantasia», e che ha bisogno di rimanere «umile perché si sa ignorante, cauto perché si sa fallibile, docile perché desidera veramente imparare» (Sermoni universitari I, 13, ibid, pagina 471), in un’adesione libera e ragionata al magistero della Chiesa: «La Chiesa è la madre dei grandi e dei piccoli, di quelli che dirigono e di quelli che obbediscono. Securus judicat orbis terrarum» (Lettera al Padre Loyson, 24 novembre 1870). Questo attaccamento profondo alla Chiesa in Newman va di pari passo con un rispetto esigente dell’incomparabile dignità dell’essere umano, del carattere unico e insostituibile della sua vocazione, e della sua responsabilità immediata davanti a Dio. Egli ha saputo celebrare la coscienza, «il vicario naturale di Cristo — come non esita a definirla —, profeta per le sue istruzioni, monarca per il suo assolutismo, sacerdote per le sue benedizioni e i suoi anatemi» (Certain Difficulties Felt by Anglicans in Catholic Teacking, II, pagina 2).

Tuttavia precisa immediatamente che dicendo così intende «la coscienza che è degna di questo nome… e non quella miserabile parvenza che… prende attualmente il nome di coscienza… Il cristiano deve vincere nella sua natura questo spirito vile, angusto, egoista e basso che lo spinge, fin da quando sente parlare della possibilità di un ordine, a contrapporsi al superiore che ha dato quell’ordine, a chiedersi se non oltrepassa i suoi diritti, e a rallegrarsi di poter introdurre lo scetticismo in alcune questioni morali, teoriche e pratiche» (ibid.). Osservazione di un’attualità straordinaria, come tante intuizioni che sono ben lungi dall’aver esaurito tutta la loro fecondità nella Chiesa. Nessuno dubita, in particolare, che oggi si tragga grande profitto, in quest’epoca di messa in discussione sistematica, nel penetrare le visioni così profonde del saggio su Lo sviluppo della dottrina cristiana (cfr. per esempio Jean Guitton, La Philosophie de Newman, Paris, Boivin 1933) sullo sviluppo organico della dottrina della Chiesa, legato alla crescita del suo corpo vivente attraverso le vicissitudini di una storia bimillenaria, in cui verità inizialmente non formulate e convinzioni latenti acquistano a poco a poco, sotto la spinta dello Spirito, un’espressione definitiva. Chi non vede inoltre il valore delle analisi della Grammatica dell’assenso per l’uomo moderno che, sotto l’influsso di nuove correnti filosofiche, stenta a trovare la via di un’autentica certezza, che cioè non sia legata a una sincerità effimera e mutevole, ma si radichi in una convinzione ragionata, che può appoggiarsi sull’esperienza interiore ma riposa anzitutto su una rivelazione oggettiva? Questa è la feconda attualità di Newman, all’indomani di un Concilio che ha precisato la permanente identità della Chiesa attraverso lo scorrere del tempo, pur esprimendo in un modo nuovo il mistero della sua vita profonda e la risposta che essa offre alle esigenze dell’uomo moderno, testimoniando così la sua prodigiosa forza di rinnovamento e la sua eterna giovinezza. Potessimo noi come lui scoprire che «Dio può insegnarci e procurarci la conoscenza delle sue vie negli avvenimenti ordinari di ogni giorno, se solo siamo disposti ad aprire gli occhi» (Parochial and Plain Sermons, VI, 16, pagina 249). Potessimo noi con lui, in uno stesso amore della verità, un senso di Dio altrettanto acuto, un discernimento spirituale profondo, una devozione così familiare con il mondo invisibile, un gusto così profondo delle cose spirituali, camminare come Chiesa, ex umbris et imaginibus in veritatem.

di Paolo VI

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