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Mezzo secolo di tenebre in Colombia

· Nel romanzo di Juan Gabriel Vásquez ·

«È la sua storia, in parte, che voglio raccontare» scrive lo scrittore colombiano quarantenne Juan Gabriel Vásquez in apertura del suo La forma delle rovine (Milano, Feltrinelli, 2016, pagine 507, euro 20), riferendosi a Carlos Carballo. Conosciutolo casualmente a casa di un amico chirurgo, quest’uomo, con la sua ossessiva passione per le manipolazioni politiche della storia colombiana, non lo lascerà più. Dando vita a una originalissima struttura narrativa, l’autore sceglie così di calarsi come io narrante in autobiografica finzione di contemporaneità con fatti avvenuti anni prima: una complessa, ramificata cronaca, che è insieme racconto, approccio tra ideale e oggettivo ad alcuni eventi nazionali e, infine, strumento di speculazione storica. 

Un tram in fiamme durante il «Bogotazo» del 9 aprile 1948

«Non so quando iniziai a rendermi conto che il passato del mio paese mi risultava incomprensibile, oscuro, un vero territorio di tenebre (...), di ombre dal quale sbucavano creature orribili non appena ci distraevamo».
Vásquez considera due delitti politici illustri: l’omicidio di Jorge Eliécer Gaitán, giovane promessa del partito liberale, freddato il 9 aprile 1948 da quattro colpi di pistola, e quello del generale Rafael Uribe Uribe, eroe nazionale e speranza riformista, caduto il 15 ottobre 1914 sotto fendenti d’accetta. Due omicidi avvenuti in pieno giorno, nel centro della capitale Bogotá.
Tralasciando i molti altri assassinii o suicidi consumati in Colombia o altrove nel mondo — da quelli del narcotrafficante Pablo Escobar e del ministro della giustizia Rodrigo Lara Bonilla (che proprio Escobar aveva fatto uccidere nel 1984), a quello di John Fitzgerald Kennedy, con un accenno persino all’attentato alle Torri Gemelle e agli anni della Violencia (periodo di sanguinosi scontri tra il 1948 e il 1958, da cui nacquero le Farc) — Vásquez tiene comunque fermo il dialettico conflitto tra sé e l’assillante Carlos Carballo. Costui è il giocoliere delle cospirazioni, delle complicità nascoste ad arte da governi e partiti, di tutte quelle menzogne escogitate per celare (a suo avviso) le verità inconfessabili, i tradimenti, le strategie e gli stratagemmi tra potere e popolo. Sino alle parossistiche ipotesi avanzate, in una sorta di rovescio del mondo, circa tutti quei fatti messi, sempre secondo lui, a tacere dalla storia ufficiale. Storia di segreti utili ai vincitori a danno della gente comune.
Eventi costati singoli delitti e decine di migliaia di morti, una catena di odi e vendette in vita ancora oggi, cui giustamente ha fatto riscontro il paterno invito alla riconciliazione della recente visita papale.
Le rovine alluse dal titolo sono di due ordini: uno realistico, materiale, l’altro metaforico, estensivo. Nel primo caso si tratta di una calotta cranica (quella di Uribe Uribe che soccombe sotto ai macheti di due individui apparentemente senza legami politico-ideologici ma patologicamente avversi a un possibile futuro di riforme), e di una vertebra della spina dorsale, prelevata dal cadavere di Gaitán al momento dell’esame autoptico (vittima delle pallottole sparate da un giovane sbucato dalla folla e dalla folla immediatamente giustiziato sul posto). Fatto che diede luogo a uno scatenato confronto di popolo che la storia della Colombia ricorda come El Bogotazo, prendendo il nome dalla capitale.
L’altro significato di rovina, l’autore lo coglie tentando di dare forma a un greve passato nazionale, per molti versi ancora irrisolto, nella ricerca di una spiegazione logica alle macerie storiche, civili e militari di quanto avvenuto in più di mezzo secolo nel suo paese.
E qui il libro si fa lezione morale, oltre che esempio di una letteratura concepita come conoscenza, comprensione delle perplessità civili e sociali, rappresentazione dello scontro sotterraneo nelle coscienze che aspirano alla luce della verità. Non come storia di un’unica versione degli eventi, ma come sguardo rivolto al non ancora visibile o a ciò che, della storia, è stato forzatamente tenuto nascosto o falsamente costruito in forma di macerie.
Vásquez non dà mai ragione al quasi facinoroso Carballo, ma riconosce il volto di quel mostro con molte facce e molti nomi «che ha ucciso e ucciderà ancora, perché in secoli di esistenza qui nulla è cambiato né cambierà mai».
Triste paese, lo chiama il suo, dalla storia mai casuale ma sempre programmata, senza per questo accreditare il complottismo che regna, con raccapriccio, nelle menti dei molti Carballo dell’umanità, dichiarando di opporvi sempre un adeguato scetticismo e una salutare ironia. Fare, allora, delle reliquie, un modo per comunicare col passato, con tutti quei morti che sono scomparsi tra eccessi e saggezza, verità ed errori, crimini e innocenza.

di Claudio Toscani

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21 maggio 2019

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