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Metafore del nostro tempo

· Gli zombi nell’opera del regista George A. Romero ·

È scomparso lo scorso 16 luglio a Toronto George A. Romero, uno dei registi più innovativi e intelligenti della storia del cinema americano. Uno dei più coerenti alla propria poetica e alla propria ideologia, uno dei più fedeli alla propria marginalità, malgrado in un paio di occasioni non sia rimasto totalmente sordo alle sirene hollywoodiane.

George A. Romero sul set negli anni Settanta

Verrà sempre ricordato come il papà degli zombi, nonostante i morti viventi sul grande schermo ci siano sempre stati. È appena del 1932 L’isola degli zombies di Victor Halperin. È del 1943 Ho camminato con uno zombi, diretto da Jacques Tourneur e prodotto da Val Lewton. Romero ha avuto però il fondamentale merito di sradicare questi mostri dalla loro tradizione esotica per farne un orrore totalmente nuovo, occidentale e metropolitano. Simbolicamente, un monito delle aberrazioni che si annidano nelle zone grigie del sistema capitalistico.

Romero non è stato nemmeno il primo a fare un cinema horror politico, perché già nella prima metà degli anni Sessanta autori in bilico sul dilettantismo come Herschell Gordon Lewis — da cui Romero mutuerà l’uso dello splatter — avevano frettolosamente confezionato opere antipatriottiche e ancora più radicali. Romero si è dedicato però a questo tipo di cinema con la convinzione necessaria ad affrancarlo dal sottobosco delle microscopiche produzioni e a porlo all’attenzione di un pubblico che con gli anni è diventato sempre più vasto. Ed è questa sua capacità di entrare in contatto con le platee, anche quelle di solito non avvezze al genere horror, a renderlo più politico di altri autori antihollywoodiani.

Nato a New York il 4 febbraio 1940, è ancora ragazzo quando mette mano al progetto di un film dal piccolo budget assieme ad alcuni amici, i quali presteranno anche alla cinepresa il loro volto tumefatto dal trucco. La pellicola è La notte dei morti viventi (1968), uno degli esordi più memorabili della storia del cinema horror. Partendo con una certa libertà dal romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson, vi si racconta di un morbo nato da alcune radiazioni che ha il potere di risvegliare i morti e che si trasmette con il loro morso. I protagonisti sani si rifugiano in una casa dove però saranno assediati e decimati. Rivisto oggi a mezzo secolo di distanza, il film non appare affatto privo di limiti. È datato e ingenuo in vari momenti, e soffre delle contraddizioni tipiche di quella fase di transizione che per il cinema horror sono stati gli anni Sessanta. Dunque una rappresentazione dell’orrore insolitamente cruda e diretta convive con un’estetica sin troppo curata, in particolare con una fotografia in bianco e nero — firmata dallo stesso Romero — dai molti, troppi vezzi artistici. A colpire nel segno, in compenso, è l’idea di una fonte dello spavento che — al di là delle pesanti tracce della putrefazione — ha lo stesso aspetto delle possibili vittime. E si dirigono verso normalissime case non solo per tentare di cibarsi dei loro simili, ma anche per una coazione a ricreare attorno a sé una grottesca parvenza della vita borghese che conducevano. Questa immagine potente si presta a varie letture. La suggestione forse più immediata va in direzione di una società che ha iniziato a ripiegarsi su stessa, che ha perso di vista l’obiettivo di un benessere condiviso per ritrovarsi impantanata in distinzioni e lotte intestine. Ma, come altri tipi di orrore di tanto cinema coevo, gli zombi romeriani rappresentano anche gli emarginati pronti a vendicarsi. In questo caso, gli individui più deboli — sono molto lenti e dalla corporatura fragile — che però, messi tutti insieme, possono diventare una terribile minaccia. In pratica, il perfetto incubo marxista dell’americano medio.

Romero dedicherà ai morti viventi ben sei film — una tetralogia più un dittico — nell’ambito di una filmografia piuttosto concisa. Una serie che svilupperà la sua carica metaforica attraverso varie sfumature. Nel secondo capitolo, Zombi (1978), i mostri occuperanno un centro commerciale, simbolo sin troppo esplicito delle menti lobotomizzate dal consumismo.

di Emilio Ranzato

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20 agosto 2018

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