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Metafora dei popoli oppressi

· I tanti remake del «Pianeta delle scimmie» ·

Diretto da Matt Reeves, The war – Il pianeta delle scimmie (2017) va a concludere una trilogia cominciata con L’alba del pianeta delle scimmie (2011) e proseguita con Apes revolution – Il pianeta delle scimmie (2014). La serie rappresenta un reboot di quella, composta da cinque film, nata nel 1968 con il primo Il pianeta delle scimmie ( Planet of the apes, Franklin J. Schaffner), di cui ricalca grosso modo gli ultimi tre episodi. Del trittico più recente sorprende l’incredibile espressività dei volti animali, ricreati con la tecnologia digitale laddove in passato ci si doveva accontentare di truccare gli attori. Una qualità non fine a se stessa, ma al servizio di un senso di pietas che si cercherebbe invano in un altro prodotto del mainstream contemporaneo. E incastonata in un affresco convincente volto a rappresentare — come è stato notato — una metafora della storia di tutti i popoli oppressi. In cui i soldati umani vengono dipinti come un esercito paranazista. A sottendere il tutto c’è dunque un intento di aspra autocritica che può stupire lo spettatore di oggi, ma che rientrava invece perfettamente nel mood pacifista molto diffuso nell’opinione pubblica alla fine degli anni Sessanta.

Una scena da  «The war. Il pianeta delle scimmie» (Matt Reeves, 2017)

Il vecchio film diretto da Schaffner è passato agli annali della storia del grande schermo come l’opera che ha rilanciato la fantascienza cinematografica, genere in rapidissimo e netto declino subito dopo la florida stagione degli anni Cinquanta, peraltro alimentata in modo decisivo dalle paure legate alla Guerra fredda. E al suo ritorno, la sci-fi per immagini conferma la sua propensione ad accogliere dichiaratamente una forte componente ideologica. In pochi anni, però, l’America sembra diventata un altro paese, e il genere che — dopo il western — teneva più in alto il vessillo nazionale, ora si prepara a tutt’altri scenari, molto più pessimisti e lontani dal patriottismo.
Pur partendo da un romanzo francese di qualche anno prima che poco o nulla poteva avere a che fare con i successivi venti contestatari, il film contribuirà a spianare la strada ad altri sottogeneri che si occuperanno di colpe nazionali e di temi quali violenza, sopraffazione e ghettizzazione del diverso in termini più espliciti e politici. Sarà il caso del western revisionista alla Soldato blu (1970) e Un uomo chiamato cavallo (1970), o dell’horror realistico alla Non aprite quella porta (1974) e Le colline hanno gli occhi (1977).
Dal punto di vista iconografico, d’altronde, il grande protagonista di questa stagione sarà il deserto, che da territorio di epica conquista nell’ormai morente western classico diverrà simbolico teatro di crimini rimossi e di resa dei conti con un nemico che si credeva tacitato. Sempre nel deserto, non a caso, erano ambientati i più illuminati esempi di fantascienza degli anni Cinquanta, quelli in cui l’orrore nasceva da imperdonabili errori dell’uomo, e in particolare dal ricorso ad armi atomiche, come Assalto alla Terra (1954).
Pur se orientato in direzione di quello che sarà dunque il territorio d’elezione della Controcultura, Il pianeta delle scimmie adotta però toni più smussati rispetto agli omologhi che verranno. Toni sicuramente meno espliciti e meno direttamente collegati alla scottante attualità. In favore di un punto di vista più antropologico e filosofico. Per pervenire a una denuncia non tanto — o comunque non solo — delle colpe dell’America, quanto di tutto il genere umano, sostanzialmente dipinto come incapace di vivere in armonia. Il substrato narrativo del racconto che si snoderà attraverso i cinque film, è infatti costituito dal terrore per l’apocalisse nucleare, conseguenza estrema della malvagità umana. Ma l’idea davvero vincente della sceneggiatura affidata al vincitore di due premi Oscar Michael Wilson e al Rod Serling di Ai confini della realtà, è quella di contrapporre all’uomo un nemico che rappresenta al contempo una seconda occasione: la scimmia è il paradossale uomo nuovo a cui affidare la speranza di un futuro più giusto e pacifico. E a rendere più interessante e stimolante l’impianto drammaturgico della vecchia saga rispetto a quello della nuova, in cui le contrapposizioni sono più nette, è il fatto che questa speranza rischia continuamente di venire disattesa.

Perché Cesare, il capo della rivolta da cui la supremazia delle scimmie prenderà piede, possiede qui l’ambiguità tipica di ogni rivoluzionario. La sua personalità è sempre sul crinale fra legittima sete di giustizia e un anelito di potere difficile da tenere a bada. Il modo in cui gli uomini saranno trattati, d’altronde, non sarà tanto tenero. Pena di morte e tortura sono esclusi, ma prigionia e sottomissione no. Anche perché al partito degli scimpanzé, più pacifico e gradualmente propenso alla parità dei diritti, si contrapporrà quello più irruente e intransigente dei gorilla. La strada per una vera e pacifica convivenza, insomma, è ancora lunga, e rimarrà un orizzonte lontano lungo tutta la saga.

di Emilio Ranzato

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20 agosto 2018

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