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A metà di tutti i cammini della vita

· Dall’Argentina un’autobiografia romanzata ·

Il 20 aprile scorso è stato presentato al Círculo de Bellas Artes di Madrid “Yo, Dante Alighieri. En mitad del camino de la vida”, di Roberto Alifano. Una biografia romanzata a cui il poeta argentino ha lavorato per dieci anni, pubblicata con cura dalla casa editrice Khaf, collana di Edelvives che punta su raccolte di libri propriamente religiosi e su altri, come in questo caso, a metà strada tra il genere biografico e memorialistico, tanto in voga oggi, e la prosa poetica della spiritualità, tra la narrativa «per gli amanti del Medioevo» e il saggio di ricerca. A metà di tutti i cammini della vita.

Juan Pedro Castellano, direttore di Khaf, ha affidato le parole di introduzione a Luis Alberto de Cuenca, poeta come Alifano, oltre che critico letterario, traduttore, ricercatore linguistico e accademico, già direttore della Biblioteca Nacional e della Real Academia de la Lengua Española. De Cuenca ha menzionato Borges e l’intima amicizia e la collaborazione che lo hanno legato ad Alifano. Ha immaginato le conversazioni dedicate dai due poeti alla recita — a memoria e in italiano, come continua a fare Alifano — della Divina Commedia di Dante, alla quale Borges ha dedicato un grande libro.

Sono sempre preziose, anche per il pubblico colto, le introduzioni di un intellettuale della filologia; de Cuenca ha voluto ricordare che Dante sta nella sua lista dei dieci scrittori universali, «quelli che hanno raggiunto confini mai toccati prima», da Cervantes a Goethe, da Shakespeare a Flaubert. Da parte sua, l’autore di Yo, Dante ha preferito spiegare che prende l’arte con la serietà con cui i bambini giocano, citando una celebre frase di Stevenson.

E così ha scelto di far sorridere il pubblico con leggende come quella secondo la quale le ceneri del poeta fiorentino non si trovano in Toscana, e neanche a Ravenna, dove è stato sepolto, ma in Argentina, grazie all’intervento dei francescani che ne custodivano le spoglie. Basandosi sulla Divina Commedia — il canto terzo dell’Inferno — si è soffermato sulla Croce del Sud che avvista Ulisse, suggerendo che fosse arrivato in Patagonia.

Più che un’immagine dell’Inferno, forse la Patagonia è il Purgatorio, per il suo panorama di montagne, per il valore espiatorio delle montagne. Ma quando Alifano ha raccontato come, ogni volta che parla con Papa Francesco, recitino insieme Everness di Borges, tutti i partecipanti hanno pensato al Paradiso.

Alla mistica dell’intelligenza dantesca o alla rivoluzione tranquilla attraverso la quale Francesco sta cercando di recuperare la Chiesa nella sua positività, di ripresentarla nella sua bellezza naturale.

L’autore durante la presentazione del libro ha spiegato ciò che aveva già detto in un’intervista a «Religión Digital»: invece di essere un poeta metafisico, di quelli che prendono le distanze dal popolo e dalla gente comune, Dante fu un poeta-politico che, per il suo impegno a far sì che ogni parola, sguardo o azione fosse guidata dall’onestà nel conflitto tra guelfi e ghibellini, finì coll’essere condannato all’esilio.

Nella Divina Commedia ha avuto modo di parlare dei principi in cui credeva, criticando senza mezze misure il comportamento di quei sacerdoti che avevano costruito idoli d’argento e d’oro: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre».

Francesco, anche lui senza mezze misure, ha preso una croce di legno e se ne è andato a Santa Marta, rifiutando ogni superfluitas. Come Dante, è anche un politico che non teme le critiche e a cui, come dice Alifano, farebbero comodo dei personaggi “danteschi”, capaci di sostenerlo nel suo appello alla Chiesa a essere “in uscita”, senza paura delle periferie dell’inferno.

di Lucía López Alonso

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19 maggio 2019

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