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Logiche a confronto

· ​Messa a Santa Marta ·

A far bene i conti, meglio lasciar perdere quella pecora smarrita della nota parabola evangelica e tenersi ben strette le altre novantanove, anche perché andarla a cercare di notte è un bel rischio. Ai calcoli senza misericordia del mondo, molto diffusi anche nelle parrocchie e nelle diocesi con tanto di mormorazioni che silenziano le vere testimonianze, Gesù oppone la sua logica che, invece, prevede proprio di rischiare per ritrovare la pecora smarrita. E celebrando la messa giovedì 8 novembre a Santa Marta, Papa Francesco ha riproposto proprio «la logica del Vangelo contraria alla logica del mondo».

Shelton Walsmith, «Calunnia»

«Questo incontro di Gesù o questo scontro con i capi, i dottori della legge, ci dice tanto: tanto di loro e tanto di Gesù» ha subito fatto presente il Pontefice, riferendosi al brano del Vangelo di Luca (15, 1-10) proposto oggi dalla liturgia. «Ma possiamo soffermarci su tre parole: la testimonianza, la mormorazione e la domanda» ha suggerito per introdurre la sua meditazione.

«Il brano evangelico — ha spiegato il Papa — incomincia con una testimonianza: “In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”». Dunque «Gesù parlava con loro, andava a pranzo con loro», ma ecco che — si legge sempre nel passo evangelico — «i farisei e gli scribi, i dottori della legge, mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”».

La questione, ha affermato Francesco, è che «Gesù dà testimonianza: una cosa nuova per quel tempo, perché andare dai peccatori ti rendeva impuro, come toccare un lebbroso». Davanti a questa testimonianza però «i dottori della legge si allontanavano: “Questo è un peccatore, non devo toccarlo, perché se lo tocco divengo impuro”». Invece «Gesù dà la testimonianza andando da loro».

«La testimonianza nella storia mai è stata una cosa comoda, sia per i testimoni — tante volte pagano con il martirio — sia per i potenti» ha detto il Papa. «Testimoniare è rompere un’abitudine, un modo di essere: rompere in meglio, cambiarla» quell’abitudine. «Per questo la Chiesa va avanti per mezzo delle testimonianze» ha insistito Francesco: «Quello che attrae è la testimonianza, non sono le parole che sì, aiutano, ma la testimonianza è quello che attrae e fa crescere la Chiesa».

«Gesù dà testimonianza» ha rilanciato il Pontefice, e questa «è una cosa nuova, ma non tanto nuova perché la misericordia di Dio c’era anche nell’Antico testamento». Però, ha fatto notare Francesco, «questi dottori della legge non hanno capito mai cosa significasse» l’espressione «misericordia voglio e non sacrifici». Infatti, ha proseguito il Papa, «leggevano ma non capivano cosa fosse la misericordia». Invece «Gesù, con il suo modo di agire, proclama questa misericordia con la testimonianza». Ed è per questo che «la testimonianza sempre rompe un’abitudine, fa crescere, va avanti e, anche, ti mette a rischio. Ma va avanti».

«Questa testimonianza di Gesù cosa provoca?». La risposta è nella seconda parola proposta dal Papa: provoca «la mormorazione». Si legge nel Vangelo: «I farisei, gli scribi, i dottori della legge, mormoravamo dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”». Di fronte alle opere di Gesù, perciò, quelle persone «non dicevano “ma guarda quest’uomo sembra buono perché cerca di convertire i peccatori”. No, no, mormoravano». Con quello stile di «fare sempre il commento negativo per distruggere la testimonianza».

«Questa mormorazione, questo peccato di mormorazione — ha rilanciato Francesco — è quotidiano, sia nel piccolo sia nel grande». Sì, «anche nella propria vita, quante volte noi ci troviamo a mormorare perché non ci piace quello e l’altro». E così «invece di dialogare o cercare di risolvere una situazione conflittuale, di nascosto mormoriamo sempre a bassa voce, perché non c’è il coraggio di parlare chiaro».

Un modo di mormorare, «cosa che noi facciamo» ha ribadito il Pontefice, che «si fa nelle piccole società, in parrocchia: quanto si mormora nelle parrocchie con tante cose!». Basta «una testimonianza che a me non piace o una persona che non mi piace, subito si scatena la mormorazione». E «in diocesi? Le lotte “intradiocesane”, le lotte interne delle diocesi: voi conoscete questo».

La mormorazione, ha aggiunto il Papa, avviene «anche nella politica e questo è brutto: quando un governo non è onesto cerca di sporcare gli avversari con la mormorazione. Che sia diffamazione, calunnia, cerca sempre» di usare questi mezzi. Quindi il Pontefice ha così proseguito: «E voi che conoscete bene i governi dittatoriali, perché avete vissuto questo, cosa fa un governo dittatoriale? Prende in mano prima» i mezzi «di comunicazione con una legge e da lì incomincia a mormorare, a sminuire tutti coloro che per il governo sono un pericolo».

«La mormorazione è il nostro pane quotidiano sia a livello personale, famigliare, parrocchiale, diocesano, sociale» ha riconosciuto ancora il Papa. Davvero «è proprio una scappatoia per non guardare la realtà, per non permettere che la gente pensi: tutto si nasconde con la mormorazione». E questo, ha spiegato Francesco ritornando al brano evangelico, «Gesù lo sa, ma Gesù è buono, Gesù è misericordioso e invece di condannarli per la mormorazione dà un passo». Ed «è la terza parola» che Francesco ha proposto nella sua meditazione: «la domanda».

In sostanza, ha spiegato, Gesù «usa lo stesso metodo che usano» i suoi interlocutori. Il Vangelo infatti ci dice che «loro vanno da Gesù con domande sempre “per metterlo alla prova”, con cattiva intenzione». E così, ad esempio, gli domandano: «Maestro, è lecito pagare la tassa all’impero che ci fa schiavi e che ci ha tolto la patria?». Questa è una domanda posta a Gesù proprio per «metterlo alla prova» ha detto il Pontefice. Come anche quest’altra: «Maestro, io ho fatto un voto all’altare ma ho saputo che i miei genitori fanno la fame. È lecito che io tolga qualcosa da lì e lo dia ai genitori o no?». O ancora: «Maestro, è lecito ripudiare la moglie?». Insomma, sono persone che «vanno e cercano di metterlo alla prova per fargli proprio un tranello».

Però «Gesù usa lo stesso metodo», anche se «poi vedremo la differenza», e così «disse loro questa parabola, direttamente rivolta a loro: “Chi di voi, se ha cento pecore...”. Questa è la storia, come a dire “capite bene: chi di voi non custodisce tutto il gregge, anche la pecora che si è perduta, quella che è rimasta lontano, chi di voi è capace di lasciare le novantanove e andare a cercare quasi al buio, al tramonto, quella che si è perduta?”».

Ascoltando la parabola di Gesù, «la cosa ovvia, la cosa normale sarebbe che loro capissero» ha rilanciato il Pontefice. Invece «cosa pensa questa gente davvero? “Ne ho novantanove, se ne è persa una, mah! Facciamo il calcolo: comincia il tramonto, è buio. Rischiare nel buio, andare? Lasciamo perdere questa e nel bilancio andrà a guadagno e perdite e salviamo queste».

Ma «questa è la logica farisaica — ha affermato il Papa — questa è la logica dei dottori della legge: “Chi di voi?”» domanda Gesù «e loro scelgono il contrario di quello che ha detto Gesù, per questo non vanno a parlare con i peccatori, non vanno dai pubblicani, non vanno perché “meglio non sporcarsi con questa gente, è un rischio, conserviamo i nostri”».

«Gesù è intelligente nel fare loro la domanda» ha fatto notare Francesco, perché «entra nella loro casistica ma li lascia in una posizione diversa rispetto a quella giusta: “Chi di voi?”. E nessuno dice: “Sì, è vero”. Ma tutti: “No, no io non lo farei”». Ed è per questo che «sono incapaci di perdonare, di essere misericordiosi, di ricevere».

«Poi c’è un’altra parola — ha proseguito il Pontefice sempre in riferimento al passo del Vangelo di Luca — ma per non allungarmi di un’ora la accennerò soltanto: la gioia». Perché «c’è la gioia, la festa, ma questa gente non sa della gioia: tutti coloro che seguono la strada dei dottori della legge non conoscono la gioia del Vangelo».

«Tre parole», dunque, ha riepilogato Francesco: «La testimonianza che è provocante, che fa crescere la Chiesa; seconda parola: la mormorazione che è come un custode, una guardia del mio interno perché la testimonianza non mi ferisca; terza, la domanda di Gesù». Quella domanda scaturita dalla parabola e noi aspettavamo che loro dicessero: “Sì, è vero, io andrò”» a cercare la pecora smarrita, «invece» la loro risposta è «no, no, lasciamola lì, salviamo queste». È «il pensiero opposto» rispetto a Gesù, ha concluso il Papa, auspicando «che il Signore ci faccia capire questa logica del Vangelo contraria alla logica del mondo».

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